”Un giorno Isa vide delle persone dall’aspetto infelice sedute su un muricciolo lungo la strada. Chiese loro “cosa vi affligge?”. Risposero: “ci ha ridotti così la paura dell’inferno”. Andando avsanti vide ai margini della strada altra gente raggruppata in diverse pose di sconforto. Disse loro: “cosa vi affligge?”. Risposero: “ci ha ridotti così la brama del paradiso”. Andò ancora avanti finché incontrò un terzo gruppo. Questi avevano l’aspetto di chi ha molto sofferto, ma il loro viso splendeva di gioia. Isa chiese loro: “che cosa vi rende tali?”. Risposero: “Lo spirito della Verità. Abbiamo visto la Realtà e questo ci ha reso dimentichi di scopi minori”.
Da centinaia di anni ci giungono dal medio oriente notizie di saggi, addestrati secondo conoscenze antichissime.
Racconti che sfumano nella leggenda, ci narrano di antiche scuole, custodi silenziose di segreti millenari, nascoste in luoghi remoti, dove vennero ammaestrati formidabili allievi, animati da una incrollabile volontà di conoscenza.
Vennero chiamati Qadiri, “gente della verità”, “I Maestri” , “I vicini”, “I Costruttori” e anche “I biasimevoli”.
Ai nostri giorni, ci sono noti col temine di Sufi.
Ma chi sono in realtà?
Un problema comune di tutti coloro che hanno scritto e analizzato il sufismo, è la difficoltà di determinarne in modo soddisfacente una definizione.
Questo apparente problema rivela quanto un approccio accademico sia di fatto insufficiente, e di come alcune modalità tipiche all’analisi intellettuale, rivolte al sufismo, siano poco efficaci.
D’altro canto, le manifestazioni esteriori di questa tradizione sono quantomeno eterogenee, se non addirittura contraddittorie.
Il grande mistico e poeta sufi Rumi, a questo proposito, ci dà un bellissimo esempio.
Egli infatti usava trasmettere il proprio insegnamento tramite la poesia.
Ma un giorno, rivelò all’uditorio esterrefatto che la poesia è una sciocchezza, se paragonata al superiore sviluppo dell’individuo.
Mohamed El-Ghazali, nell’undicesimo secolo, salvò i teologi musulmani dando una traduzione del materiale islamico tale da sconfiggere gli attacchi della filosofia greca. Fatto ciò, parlò ai dotti musulmani dicendo che il metodo accademico è insufficiente e inferiore alla vera conoscenza. Ironia della sorte, gli ortodossi islamici tutt’oggi celebrano Al-Ghazali come se fosse islamico ortodosso.
Qual è l’origine dell’insegnamento sufi?
A dispetto di talune affermazioni circa l’appartenenza del sufismo all’Islam, molti ravvedono in questa un’analisi parziale. Se ciò fosse vero, la discendenza dei maestri dovrebbe risalire al profeta Maometto, eppure Uwais el- Qarni, maestro sufi morto nel settimo secolo, non incontrò mai in vita sua il profeta. Nel “Racconto degli Amici” di Fariruddin Attar viene riportato infatti che i Compagni di Maometto andarono in visita ad Uwais, dopo la morte del profeta, senza che questi lo avesse conosciuto.
Alcuni sostengono, come anche la tradizione Rosacroce insegna, che il sufismo è una forma di conoscenza tramandata da una successione di maestri, tra i quali Ermete Trismegisto, il “tre volte grande”, il capostipite dell’Ermetismo occidentale, che da lui mutuò il nome. Tale circostanza è confermata dal Awarif-i-Ma’rif, scritto nel tredicesimo secolo dallo sceicco Shahaudin ibn Mohamed Suhrawardi.
Ibn el-Farid, nei primi del tredicesimo secolo, asserisce che il sufismo preesiste ad un sistema: “il nostro vino esisteva prima di quel che voi chiamate il grappolo e la vigna”, intendendosi per grappolo e vigna rispettivamente la scuola ed il sistema di insegnamento.
Oltre ad una definizione ed ad un’origine certa, anche la forma di insegnamento sufi sfugge ad ogni tentativo di comprensione meramente intellettuale.
El-Ghazali, nel dodicesimo secolo, fu filosofo, oltre che maestro. Lo studio delle sue idee tutt’oggi rivela una impressionante attualità. Egli infatti esplora, con una formidabile capacità di penetrazione, il campo del condizionamento umano, ottocento anni prima di Pavlov.
A questo proposito vale citare la sua celebre parabola: “”Un giorno Isa vide delle persone dall’aspetto infelice sedute su un muricciolo lungo la strada. Chiese loro “cosa vi affligge?”. Risposero: “ci ha ridotti così la paura dell’inferno”. Andando avsanti vide ai margini della strada altra gente raggruppata in diverse pose di sconforto. Disse loro: “cosa vi affligge?”. Risposero: “ci ha ridotti così la brama del paradiso”. Andò ancora avanti finché incontrò un terzo gruppo. Questi avevano l’aspetto di chi ha molto sofferto, ma il loro viso splendeva di gioia. Isa chiese loro: “che cosa vi rende tali?”. Risposero: “Lo spirito della Verità. Abbiamo visto la Realtà e questo ci ha reso dimentichi di scopi minori”.””
Come si vede, in questa parabola viene bene espresso il concetto di condizionamento come una causa della sofferenza umana, e identifica la risoluzione dei condizionamenti nella ricerca della Verità.
Questo un approccio quasi psicologico all’insegnamento sufi, che naturalmente non si esaurisce in questa modalità.
Attar, ci ha lasciato un insegnamento volto alla compassione e alla nobiltà nell’azione e nel pensiero.
Sua la bellissima parabola di Gesù: “Alcuni Israeliti un giorno insultarono Gesù mentr’egli passeggiava per le vie, nella loro parte della città. Ma egli rispose recitando preghiere nel loro nome. Qualcuno gli disse: “tu hai pregato per questi uomini, non hai sentito collera verso di essi?” Egli rispose: “io potevo spendere solo la moneta che avevo nella mia borsa”.
Altra sua parabola, quella del cuore: “Qualcuno si avvicinò a un pazzo che piangeva con grandissima amarezza e gli disse: “Perché piangi?”. Il pazzo rispose: “Piango per attirare l’attenzione del Suo cuore”. L’altro replicò: “dici delle sciocchezze, perch’Egli non ha un cuore fisico”. Il pazzo disse: “Sei tu che hai torto, perché Egli possiede tutti i cuori che esistono. Per mezzo del cuore si può entrare in contatto con Dio”.
Ibn el-Arabi, conosciuto pressi gli Arabi come Sceicco el Akbar, “il più grande degli sceicchi”, e presso l’occidente cristiano come “Doctor Maximus”, nel tredicesimo secolo, ci ha lasciato un insegnamento volto ad un profondo misticismo. “Un qualsiasi amante adora un fenomeno secondario. Io amo il Reale”.
Egli tra l’altro ci tramanda l’universalità della conoscenza, e una visione di non divisione tra le diverse confessioni religiose: “Ora mi chiamano il pastore delle gazzelle del deserto, ora monaco cristiano, ora seguace di Zoroastro. L’amato è trino eppur uno: proprio come quei tre in realtà sono uno solo”.
Compassione, nobiltà, analisi del pensiero umano, misticismo ma anche poesia:
Saadi di Shiraz ci ha lasciato alcune tra le vette più alte della poesia di tutti i tempi: “l’orto (Bostan)” e “Il Giardino delle Rose (Gulistan)”. Queste opere, tra l’altro scritte nell’arco di due o tre anni, contengono una bellezza poetica e una ricchezza di contenuto che non ha quasi eguale.
Sua la poesia “La Perla”: “”Una goccia di pioggia, cadendo da una nuvola, s’intimidì alla vista del mare. “chi sono io quando esiste il mare?”, disse. Quando si vide con l’occhio dell’umiltà, una conchiglia la nutrì nel suo seno””.
Cuore, ma anche utilizzo della mente:
Jami fu un genio riconosciuto, e questo mise molto a disagio ecclesiastici e letterati del tempo, che secondo le convenzioni, sostenevano che nessun uomo poteva essere grande senza esser profondamente umile e dimesso. Cosa che egli non fu.
Egli utilizzò lo strumento della mente per discriminare il vero dal falso, con logica spietata. I suoi scritti rivelano una sferzante intelligenza volta a demolire le false convinzioni dei suoi allievi: “Ci sono ricercatori in quantità: ma quasi tutti cercano un vantaggio personale. Trovo pochissimi ricercatori del Vero.”.
Egli si adoperò per sradicare erronei modi di vedere la realtà, e visioni parziali: “Se non usiamo giornalmente le forbici per tagliare la barba, questa non tarderà, per la sua rigogliosa crescita, di pretendere di essere la testa.”.
Pure, non evita di dispensare superiori verità: del concetto di Unità, egli dice: “L’amore diventa perfetto solamente quando trascende se stesso diventando Uno con l’oggetto, raggiungendo una “Essenza Unica”.
Riguardo la sua logica, rimarchevole quanto viene riportato, nel seguente passo:
Interrogato sulla ipocrisia e l’onestà, Jami disse: “Che bella cosa è l’onestà e quanto strana è l’ipocrisia! Ho peregrinato verso la Mecca e verso Bagdad, e ho fatto esperienza del comportamento degli uomini. Quando ho chiesto loro di essere onesti, mi hanno sempre trattato con rispetto, perché era stato detto loro che gli uomini buoni parlano sempre così, ed hanno imparato che devono tenere gli occhi basssi quando si parla di onestà. Quando ho detto loro di evitare l’ipocrisia, hanno tutti approvato. Ma non sapevano che quando dicevo “verità”, io sapevo ch’essi ignoravano cosa fosse la verità; quindi sia loro che io eravamo ipocriti. Non sapevano che quando dicevo loro di non essere ipocriti, essi erano ipocriti nel non domandarmi il metodo per riuscirvi. Non sapevano che io ero ipocrita dicendo solamente “Non siate ipocriti” perché le parole non traducono il messaggio da sole. Essi mi rispettavano quindi quando io agivo ipocritamente. Gli era stato detto di fare così. Essi rispettavano se stessi, mentre pensavano ipocritamente; poichè è ipocrisia pensare che si sia migliorati semplicemente pensando che è male essere ipocriti. Il Sentiero sta oltre: nella pratica e nell’intendimento, dove non può esserci ipocrisia, dove c’è onestà e non l’obbiettivo fissato dall’uomo.”.
Hakim Sanai, tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, utilizzò il motivo dell’Amore, nel proprio insegnamento. “Non parlate della pena che vi opprime – perché Egli vi sta parlando; Non lo cercate – Egli vi sta cercando. Egli percepisce anche il tocco della zampina d’una formica. Il movimento d’un sasso sotto l’acqua egli lo conosce. Se c’è un verme dentro una roccia Egli ne conosce il corpo piccolo come un atomo. Con la sua Divina Sapienza Egli conosce Il suono della lode del verme, la sua nascosta percezione; Egli gli ha dato sostentamento; A te ha mostrato il Sentiero dell’Insegnamento.”
Ne “Il giardino cintato della verità”, uno dei vertici filosofici dell’umanità, egli dice, con straordinaria attualità: “L’umanità è addormentata, si preoccupa solo di ciò che non serve e vive in un modo sbagliato. Credere di essere superiori a tutto questo è una semplice abitudine, non una religione. Questa “religione” è sciocca… Non cianciare di fronte alla Gente del Sentiero, piuttosto struggiti in solitudine. Hai una religione e una conoscenza invertite se ti trovi capovolto in rapporto alla Realtà. Gli uomini si avvolgono la propria rete attorno. I leoni fanno a pezzi la propria gabbia.”.
Jalaludin Rumi è considerato tra i più grandi autori di tutti i tempi. La sua opera principale è il Mattavi-i-Maanavi (Distici del Significato Interiore).
Anch’egli proclama l’Amore come via di insegnamento, e i suoi scritti sono pregni di misticismo, ma anche di profonda conoscenza. Egli costituì il movimento dei dervisci Mahlevi, la cui danza rotatoria rappresenta una via di armonizzazione con l’universo.
Sul distacco dai propri stati emotivi, egli invoca: “O cuore! Fino a quando, in questa prigione di inganni, puoi distinguere la differenza tra Questo e Quello, distaccati per un momento dal Pozzo della Tirannia; Stanne al di fuori”.
Sul pericolo della razionalità esprime: “L’intelligenza è l’ombra della verità obiettiva. Come può l’ombra competere con la luce?”.
Pure, ci sono giunte nel tempo figure di Maestri sufi commercianti, artigiani, bizzarri protagonisti di storie paradossali, severi e impenetrabili guru, in mille e mille volti diversi.
Lacompte, nel corso del suo viaggio alla ricerca dei “Maestri di Gurdjieff”, descrive l’incontro con un venditore di tappeti, che gli rivela una profondità di osservazione e di visione straordinaria, semplicemente descrivendo la differenza tra due tappeti.
Ma l’insegnamento Sufi rivela anche una natura più nascosta ed esoterica, i cui riflessi si possono trovare appunto in Gurdjieff.
Egli, come descritto ne “Incontri con Uomini Straordinari”, intraprese un viaggio incessante, alla ricerca di fonti di conoscenza.
Sfidò il destino e la sorte, ed incorse anche in episodi tragici, insieme ai suoi amici, i “Ricercatori della Verità”.
Anni e anni di peregrinazione e ricerca, con volontà indomita e cuore fermo, lo portarono infine ad una fonte di conoscenza, di estrazione Sufi.
Delle conoscenze che apprese, ci giunge tramite Ouspenski, suo allievo per otto anni, un riflesso, descritto in “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” e ne “La quarta via”.
Ciò che Gurdjieff rivela, è un insegnamento di carattere esoterico. Molto sembra trapelare di conoscenze profonde circa la storia segreta del pianeta, lo studio delle leggi universali, la conoscenza dell’essere umano.
Come si vede, la complessità del sufismo sembra inesauribile.
Poeti, commercianti, tessitori di tappeti, mistici, depositari di antichissime conoscenze: mille volti per un insegnamento che parla di un’Unica Via. Quanti uomini di cuore, coraggio e desiderio hanno viaggiato, anni, forse vite intere alla ricerca di questo insegnamento.
Esempi quali Gurdjieff, o quell’esempio maestoso di devozione descritto ne “l’Abisso di Fuoco”, uniti dal comune denominatore dell’aspirazione ad una conoscenza e ad una diversa percezione della realtà, fino alla ricerca della Verità.
In ultimo, resta la riflessione che tempi così gloriosi, e uomini di tale spirito, siano stati in quest’epoca sedati dalla pletora di informazioni e annichiliti dalla comunicazione di massa, volta ad annacquare ogni insegnamento più profondo.
Oggi, figure quasi eroiche, sono un ricordo, destinato a sbiadire nel tempo alla memoria degli uomini.
Pure, la conoscenza esiste, e sempre esisterà. Oggi, questa conoscenza si rivela anche più accessibile.
Ma come riconoscerla, senza sperimentare?
Dentro le nostre vite, la sofferenza ci indica la strada da non percorrere. Eppure, manteniamo imperterriti questa direzione. Dove ci condurrà?
Forse, risvegliandoci da questo torpore, realizzeremo un giorno che l’illusione e l’ignoranza hanno sopraffatto il nostro desiderio di conoscenza, e che è giunto il momento di cercare con serietà la strada che conduce alla Via, imparando ad Imparare.
Allora, ripercorrendo i solchi di chi ci ha preceduto, potremo trovare le nostre risposte, e mille altre domande, guidati da chi ha già percorso i sentieri umani, e se ne è affrancato tramite esperienza e pratica interiore.
Poiché da sempre, come nel sufismo, ma in tutte le tradizioni interiori, l’insegnamento deve essere trasmesso da chi l’ha realizzato in sé.
Un Maestro.
(di Igor Milanesi)
“Alcuni Israeliti un giorno insultarono Gesù mentr’egli passeggiava per le vie, nella loro parte della città. Ma egli rispose recitando preghiere nel loro nome. Qualcuno gli disse: “tu hai pregato per questi uomini, non hai sentito collera verso di essi?” Egli rispose: “io potevo spendere solo la moneta che avevo nella mia borsa”.