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Filosofia e spiritualità: articoli di approfondimento.


«La storia si ripete», afferma un luogo comune ormai entrato nel lessico quotidiano. E certamente la superficialità dell’uso non sminuisce affatto il valore di un’espressione del tutto ragionevole e riscontrabile, e che affonda perdipiù le sue radici nella storia del pensiero umano.

Già dalla fine del Seicento, Giambattista Vico proponeva i principi di una storia  – una “scienza nuova” – che procede seguendo precise leggi: in specifico, egli aveva osservato una ciclicità negli eventi storici – schema che, nel suo sistema, il filosofo napoletano applicò anche allo sviluppo della mente umana.

Certo, l’idea di un procedere ciclico della storia ha sicuramente incontrato più successo in epoca moderna, convinzione avvalorata dalle osservazioni in campo economico di un Kondrat’ev o di uno Schumpeter, nonché dall’integrazione con altre visioni cicliche dei fenomeni, in diversi settori del sapere.

Sta di fatto che, al nostro sguardo di contemporanei, risulta più facile osservare in ciò che avviene nel mondo il ripetersi di modelli, secondo schemi regolari e ripetitivi, che testimoniano a tutt’oggi della tendenza umana a riprodurre reazioni e comportamenti sempre simili, senza mai imboccare la strada di decisi e reali cambiamenti.

Occorre ovviamente fare molta attenzione a non stabilire troppo disinvoltamente relazioni tra i fenomeni storici: alcuni di questi si ripetono certamente con una certa re­golarità, ma ciò non può far dimenticare l’estrema complessità della storia, né quel pro­cesso di evoluzione umana che tende a far percorrere sì le stesse meccaniche, ma su piani differenti e sempre più articolati.

Eppure, ci sembra davvero di vedere, oggi, il ripetersi di circostanze che già in passato hanno interessato la storia dell’Occidente e – in qualche modo – influenzato gli eventi che hanno portato all’attuale stato delle cose.

Purtroppo è un’osservazione che ha a che vedere con la contrapposizione di due visioni religiose, condizione che ha portato di conseguenza al conflitto delle rispettive culture, in sé non antagoniste – anzi debitrici l’una all’altra di benefici e arricchimenti.

È un fatto, tuttavia, che Islam e mondo occidentale non si vedano di buon occhio da più di un millennio: almeno da quando, nell’anno 710 dopo Cristo – meno di ottant’anni dopo la morte del Profeta – la Spagna fu conquistata all’Islam da Tariq, luogotenente del governatore del Maghreb, Musa. La circostanza è particolare: incaricato dal Califfo al-Walid, della famiglia degli Omayyadi, di fare una ricognizione nel territorio che si vedeva al di là del canale marino, Tariq attraversò lo stretto (denominato appunto in seguito Gibr-al-Tariq – la “rocca di Tariq” – ovvero Gibilterra) nel luglio del 710, con qualche  centinaio di cavalieri e fanti.

La Spagna versava allora in condizioni catastrofiche, a causa di una profonda crisi economica e di violente lotte religiose. Tariq incontrò quindi pochissima resistenza e ne approfittò per trasformare il suo sopralluogo in una guerra di conquista: ebbe così ragione velocemente degli eserciti avversari (si ha notizia di una sola battaglia: Toledo fu conqui­stata addirittura senza combattere) e, in poco meno di un anno, egli riuscì a dominare definitivamente Al-Andalus, il nome generico con cui gli arabi denominarono il nuovo territorio della penisola iberica meridionale.

In realtà, non si trattò solo di una scarsa resistenza della cristianità dovuta alla debolezza politica del momento: la ricerca storica più recente parla di una progressiva adesione della popolazione alla penetrazione dei conquistatori arabi, più tolleranti e me­no esosi dei re visigoti. Benché venisse concessa libertà religiosa, si assistette al feno­me­no delle conversioni all’Islam, specialmente da parte della comunità cristiana. Qualcuno sostiene che ciò avvenne a motivo dei privilegi fiscali concessi ai musulmani; per altri, invece, fu la particolare mitezza e saggezza del governo islamico (un grande califfato indipendente) che invogliò il passaggio da una religione all’altra.

Certo è che, nel Medioevo, il nuovo regno sembrò rappresentare un’isola di tolleranza, un luogo dove musulmani, ebrei e cristiani poterono convivere pacificamente e creare un’unica cultura complessa, in cui si fondevano gli aspetti più significativi delle tre civiltà. Fu così possibile dar vita alle prime traduzioni di Platone e Aristotele, alle conquiste nel campo della matematica e della tecnologia, alle grandi innovazioni in architettura, mentre nello stesso tempo veniva dato un contributo alla tradizione nascente della poesia profana e delle canzoni d’amore. Nel momento di maggior fulgore, la biblioteca del califfo a Córdoba arrivò a ospitare quattrocentomila volumi, mentre quella più importante della cristianità latina ne possedeva appena quattrocento.

La civiltà moresca di Spagna è considerata un faro di civiltà in un’Europa imbarbarita dalle incursioni dei popoli del Nord e piegata dalle lotte religiose e politiche. In Al-Andalus i musulmani seppero creare sistemi di convivenza civile mai più raggiunti: le città andaluse risplendevano di vita, d’arte e di scienza, il commercio era fiorente e l’agricoltura – grazie agli ingegnosi sistemi d’irrigazione importati – più che mai florida.

Tutto questo durò per diversi secoli, finché la nascita di dissidi interni all’impero islamico segnò per l’Andalusia l’inizio della parabola discendente: il dominio islamico sul territorio si assottigliò sempre più e solo la città di Granada resistette alla riconquista portata avanti dai principi cattolici. La fine del periodo si può far risalire alla definitiva capitolazione di Granada, che cadde nelle mani di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1492, anno della scoperta delle Americhe.

Sono passati altrettanti secoli, e nel frattempo la storia sembra aver subíto un’impennata, tanti sono stati gli eventi e – soprattutto – i cambiamenti avvenuti da allora: la geografia del mondo conosciuto è cambiata, e abbiamo assistito nel frattempo a rivoluzioni, nuove sco­perte e guerre planetarie, fino a giungere a una globalizzazione di consumi e com­por­tamenti impensabile anche solo un secolo fa.

Eppure, proprio in virtù delle ricorrenze della storia, ci sembra che anche oggi alcune circostanze possano far riguardare a quel periodo con rinnovata attenzione.

Innanzitutto, pare che la contrapposizione tra mondo arabo e società occidentale si sia nuovamente inasprita, malgrado la migliorata comunicazione e gli sforzi di reciproca comprensione.

In secondo luogo, oggi come allora, si assiste ad una crisi della società occidentale, di fatto divisa, benché impegnata nel tentativo di trovare un’unità di intenti: dai sodalizi eco­nomico-monetari, ai vertici dei paesi industrializzati, alle istituzioni internazionali rap­pre­sentative, sembra tuttavia che lo sforzo di muoversi collettivamente (una necessità intrin­seca ai problemi ormai globali) urti costantemente contro le barriere di interessi locali e di lobbies multinazionali.

In terzo luogo, pare che l’identità del mondo arabo - più che sulle conquiste civili e sul miglioramento delle condizioni di vita - verta sull’identificazione negli aspetti più moralisti­ci della religione. Certo, lo stile di vita e una certa “caduta” di visione etica del mondo occi­dentale, non danno gran credito al giudizio affibbiato da questa parte del mondo; tuttavia è indubbio che alcuni elementi di preoccupazione balzino decisamente all’occhio: certi aspet­ti del fanatismo religioso, la precaria condizione della donna, l’inneggio alla guerra santa co­me soluzione dei problemi più diversi o, persino, la recrudescenza di azioni mora­leg­gianti anche in seno alla stessa tradizione islamica (ci viene in mente la recente chiusura degli hamam del Cairo, per esempio).

Infine, una circostanza che, oggi, richiama in qualche modo il clima delle conversioni dell’epoca di Al-Andalus: si tratta di un certo lassismo del mondo occidentale, incapace di porsi su un piano di dialogo alla pari. Occorre essere almeno in due – e chiari nello spirito e negli intenti – per poter collaborare alla formazione di un proposito che costituisca il me­glio di quanto diverse civiltà hanno saputo concepire in millenni di storia. Una certa man­canza di identità dell’Occidente – della cristianità, per dirla alla medioevale – e una sfiducia di fondo nei propri valori etici non favorisce certo la crescita reciproca delle parti. Sarebbe certamente bello poter accogliere il meglio della civiltà islamica, senza tuttavia rinunciare alla propria identità, frutto di un percorso ancora più antico e maturato grazie al lavoro e alla sofferenza d’intere popolazioni, succedutesi nei secoli attraverso mutamenti e tra­sfor­mazioni non di poco conto.

Quello a cui i mezzi di comunicazione ci permettono oggi di assistere non è particolarmente bello: in Palestina si sta ancora costruendo un muro (non sono bastati i trent’anni di fatica e vittime serviti per abbattere quell’altro muro, proprio nel cuore dell’Europa?) con i mattoni dell’intolleranza e della discordia; in buona parte del mondo arabo si recitano versetti del Corano agitando i Kalashnikov, dando così la sensazione di una religione che tiene in gran conto il valore della guerra; ci sono ancora donne condannate alla lapidazione per adulterio, pratiche barbare come l’infibulazione e la diffusa negazione dei più elementari diritti uma­ni; e an­co­ra – un po’ dovunque – si prendono a pretesto regole religiose per giustificare vio­lenze e so­praf­fazioni.

Si tratta di uno spettacolo in onda costantemente, ventiquattr’ore su ventiquattro, spes­sis­simo sui canali locali, che non riescono a censurare l’eloquenza delle immagini tra­smes­se, delle invettive, dei proclami. Basta guardare – anche senza l’audio con l’opinione dei commentatori – per vedere l’astio, la rabbia, la sete di riscatto, volutamente pilotate in direzione di una visione integralista e unilaterale.

Ci sembra, insomma, che le lezioni della storia non siano del tutto servite: siamo an­cora all’agitar dei pugni e al malanimo, e ogni volta che qualcuno dà l’impressione di voler comprendere, sembra piuttosto che agisca per lenire dei sensi di colpa storici – o d’altro genere – piuttosto che mettendo in gioco una facoltà di comunicazione, di vera integrazione tra il meglio di due culture tanto vecchie da averne già viste abbastanza.

Dalla lezione di Al-Andalus bisognerebbe prendere ad esempio la tolleranza, la pos­sibilità di convivenza pacifica e di completamento tra diverse culture e visioni reli­gio­se. Non una conversione alla visione altrui, poiché ciò significherebbe rinunciare alla propria identità, e non essere quindi in grado di fornire un proprio contributo ad una civiltà più ricca e completa, fatta dell’integrazione tra sistemi e visioni diverse

La civiltà moresca di Spagna è considerata un faro di civiltà in un’Europa imbarbarita dalle incursioni dei popoli del Nord e piegata dalle lotte religiose e politiche. In Al-Andalus i musulmani seppero creare sistemi di convivenza civile mai più raggiunti: le città andaluse risplendevano di vita, d’arte e di scienza, il commercio era fiorente e l’agricoltura – grazie agli ingegnosi sistemi d’irrigazione importati – più che mai florida.

Tutto questo durò per diversi secoli, finché la nascita di dissidi interni all’impero islamico segnò per l’Andalusia l’inizio della parabola discendente: il dominio islamico sul territorio si assottigliò sempre più e solo la città di Granada resistette alla riconquista portata avanti dai principi cattolici. La fine del periodo si può far risalire alla definitiva capitolazione di Granada, che cadde nelle mani di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1492, anno della scoperta delle Americhe.