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Vita e società : articoli di approfondimento.“Diventare genitori significa, per un certo periodo di tempo, avere solo doveri e nessun diritto”. Questa frase, letta qualche tempo fa su un prezioso libro di saggezza, esprime un’indubbia verità ma, in tanti anni di attività come pediatra, nel corso dei quali ho conosciuto molti bambini, posso dire che i genitori sono assai lontani da una tale consapevolezza. La natura dell’ “essere bambino” comporta una fisiologica totale dipendenza dall’adulto ed implica il suo diritto alla massima protezione e ad un estremo rispetto che vede coinvolti in primo luogo i genitori o chi per loro, ma anche altre figure importanti come insegnanti e pediatri, questi ultimi nella loro attuale più completa funzione di tutori dei diritti del bambino stesso. In epoca antica si riteneva che “maxima debetur puero reverentia” (Giovenale, satira XIV, 47) e ai nostri giorni sono state scritte numerose “carte dei diritti dei bambini” ( la più esaustiva è quella dell’ONU, New York, 20/11/’89), in realtà essi non vengono rispettati e considerati per ciò che sono: esseri che, fin dalla nascita, hanno le loro tendenze e gusti, una loro volontà e sensibilità, ma dipendenti, per un certo periodo di tempo, dalle cure degli adulti. Questa necessità di essere accuditi non li pone certo in una condizione di inferiorità. Pur avendolo desiderato, i genitori non sempre sono consapevoli di che cosa significhi avere un figlio: pensano che il piccolo, anche appena nato, debba mangiare ad orari stabiliti e comodi, dormire o stare sveglio su comando, prima possibile non usare più il pannolino, piangere poco, essere bravo e obbediente … e, soprattutto, non ammalarsi mai. Ricordo un mio piccolo paziente che, dall’età di due mesi, veniva regolarmente seduto sul vasino perchè si abituasse precocemente a tenersi pulito; come conseguenza, negli anni successivi egli soffrì di un’ostinata forma di stipsi che lo costrinse più volte al ricovero ospedaliero per subocclusione intestinale. Certo, i genitori agiscono in buona fede ma, senz’altro per eccesso di zelo e preoccupati per la salute psico-fisica dei figli, adottano frequentemente comportamenti discutibili: li costringono a mangiare cibi non idonei, ritenuti indispensabili per la crescita; già nel primo anno di vita li inseriscono all’asilo nido con il pretesto di favorire la loro socializzazione, ma in realtà contribuiscono solo a farli ammalare; li sottopongono ad attività sportive spesso non gradite; somministrano farmaci spesso inutili con lo scopo di farli guarire prima; richiedono preparati stimolanti delle difese immunitarie anche se il bambino sta bene, li vaccinano contro tutto…
Anche un neonato ha già alle spalle un suo bagaglio di esperienze più o meno positive: nove mesi di vita intrauterina, vissuta in totale intimità con la madre. Durante questo periodo, ha condiviso con lei momenti di gioia e tristezza, ansia e serenità, dolore e piacere, si è alimentato di ciò che la madre gli ha dato, buon cibo ma anche sostanze tossiche e ha “respirato” la stessa aria da lei inalata. Trovandosi improvvisamente catapultato nel mondo fenomenico e sottoposto a stimolazioni sensoriali e fisiche di ogni genere, è naturale che abbia bisogno di adattarsi. Egli è estremamente sensibile ed avverte subito la qualità emotiva dell’ambiente che lo circonda; basti pensare che nelle coliche addominali ricorrenti del lattante, qualora non causate da patologie più gravi, quali il reflusso gastro-esofageo o le intolleranze alimentari, un ruolo determinante è giocato dallo stato emotivo della madre. Il bambino è inoltre dotato di un istinto molto fervido che lo porta a sapere, anche se non razionalmente, ciò che vuole e ciò di cui ha bisogno. Ad esempio, è portato a modificare spontaneamente l’alimentazione a seconda delle richieste del suo corpo: quando è ammalato, spesso rifiuta di mangiare e manifesta solo la necessità di bere, gettando nello sconforto i poveri genitori che, nel timore di un grave deperimento organico, cercano di somministrargli qualsiasi cibo e richiedono al medico la prescrizione di preparati polivitaminici e stimolanti dell’appetito. Magari in quel momento il bambino ha una tonsillite da streptococco e non riesce a deglutire nemmeno l’acqua o ha un’enterite che richiede solo il digiuno e un’adeguata idratazione. Se consideriamo che l’intestino umano è di dodici metri più lungo di quello dei comuni carnivori, caratteristica che rende più lunga la digestione e la permanenza dei prodotti tossici di degradazione delle proteine animali, possiamo facilmente dedurre che il vegetarismo è sicuramente più idoneo alle nostre reali possibilità metaboliche. Ma dal momento che, fin dalla scuola elementare, ci insegnano che l’uomo è un essere onnivoro, ovvero “si adatta a mangiare tutto quello che trova”, e la carne è indispensabile per un armonico sviluppo psico-fisico perché contiene le cosiddette “proteine nobili”, ricche in aminoacidi essenziali, i genitori si prodigano per far accettare la carne ai bambini, cancellando nel tempo questa loro sana e naturale tendenza. Al contrario, la frutta, che è il primo alimento ad essere introdotto dopo il latte materno all’inizio del divezzamento, è molto gradita, a parte qualche raro caso di intolleranza congenita al fruttosio. La frutta è però considerata meno importante degli altri alimenti e così anche i bambini, con il passare del tempo, perdono l’abitudine ad introdurla con regolarità. Ricordo la preoccupazione di un amico medico perché il figlio adolescente negli ultimi tempi si alimentava prevalentemente di frutta e quindi secondo il padre, fedele praticante di un certo tipo di medicina, non assumeva la “corretta quantità di carboidrati, proteine e grassi”. Anche in occasione di uno stato febbrile, i genitori devono essere in grado, opportunamente istruiti e con un po’ di buon senso, di capire se il bambino può avere o meno una patologia seria. La febbre va rispettata e non annullata, deve essere interpretata per quello che realmente è: un meccanismo di difesa che il corpo mette in atto in momenti di emergenza, per difendersi da “qualcosa” che in quel momento ha interferito con il suo equilibrio. Non è un motivo valido per lasciarsi prendere dall’ansia e somministrare subito dosi massicce di antipiretici e antibiotici, tanto inutili quanto dannosi, se usati a sproposito. In tutti i casi è sempre il bambino, con il linguaggio inequivocabile del corpo, a darci informazioni importanti circa il suo reale stato di salute: può avere la febbre molto alta, ma se è reattivo e con un comportamento quasi normale nei momenti di sfebbramento, è assai difficile che possa avere qualche grave patologia. Al contrario, anche se la temperatura non è elevata, ma il bambino appare sofferente, poco reattivo o estremamente irritabile, ipotonico e sonnolento, quasi sicuramente c’è in atto qualche malattia più importante ed è necessario arrivare al più presto ad una diagnosi. I bambini molto piccoli possono avere patologie gravi in totale assenza di febbre. A difesa dei genitori bisogna però ammettere che, ai nostri giorni, siamo costantemente bombardati da informazioni di ogni tipo; i mezzi di comunicazione forniscono notizie quasi sempre inesatte e fuorvianti, con l’unico risultato , forse voluto, di creare ansia e paura. Ogni anno viene segnalato l’arrivo di terribili e mortali epidemie influenzali, casi di meningiti fulminanti, misteriose e pericolose malattie provenienti da qualche remota parte del pianeta, vengono dati consigli sulle vaccinazioni, norme sull’alimentazione, sul comportamento, sull’educazione, sui rapporti familiari … l’elenco è molto lungo e ciascun esperto vuole esprimere la sua opinione. Se qualche consiglio può essere dato ai genitori, è importante che non prendano per verità assolute ciò che trovano scritto su libri, riviste, giornali o sentito nei programmi radiotelevisivi. Con questo, non si vuol dire di rifiutare in blocco la pediatria, la psicologia, la psicopedagogia: i libri possono dare consigli, chiarimenti, idee… ma non allevare i figli. I genitori devono imparare a non lasciarsi condizionare dai messaggi esterni e a fidarsi di più di sé stessi, riscoprendo e affinando il loro intuito; ogni bambino è un universo unico e quindi non possono esserci regole assolute, non esiste un’educazione ideale, un modo perfetto per allevare i figli, valido per tutti e in tutte le circostanze. La cosa più importante è cercare di capire i bambini e provare a vedere ogni problema anche dal loro punto di vista: si tratta di unire l’affetto al buon senso. E’essenziale prendere le distanze da ansie inutili e godersi i propri figli, anche a costo di sacrifici e rinunce, che tali non sono se fatti in nome dell’amore. I bambini devono sentirsi amati, capiti, rispettati, alla pari degli adulti; per loro non c’è nulla di più irritante che essere trattati da “bambini”. (Pediatra e omeopata)
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