"La moralità non è propriamente la dottrina del come renderci felici, ma di come dovremmo diventare degni di possedere la felicità."
(Immanuel Kant))
L’uomo è l’unico organismo vivente in grado di porsi domande sul senso della propria esistenza: una possibilità unica, che lo può elevare ben oltre la semplice necessità di sopravvivere. Tale ricerca conferisce dignità al suo esistere e, nei millenni della sua storia, gli ha permesso di evolvere verso forme sempre più sofisticate di organizzazione sociale, scientifica e tecnologica. Riteniamo che la ricerca di sé – intesa come l’interrogarsi sul senso del proprio esistere – sia ciò che fa di un uomo un “essere umano” completo, in grado di camminare autonomamente nella vita, e di essere utile agli altri e alla società in cui vive e opera.
Tuttavia, dobbiamo riconoscere che, a fronte delle indubitabili conquiste sul piano dell’organizzazione sociale, scientifica e tecnologica, non sia proporzionalmente cresciuta nell’essere umano la comprensione degli aspetti più “esistenziali” di sé, tanto che – oggi come migliaia di anni fa – assistiamo alle stesse sopraffazioni, discriminazioni e conflitti che hanno caratterizzato la storia dell’umanità fin dagli inizi. È come se, quando l’uomo indaga su di sé, perdesse quella lucidità che gli ha permesso di sistematizzare le leggi del mondo materiale, precipitando in una condizione in cui altri elementi prendono il sopravvento, annebbiando l’intelligenza e ogni possibilità di libero pensiero.
Stiamo ponendo un problema: perché, in generale, ogni individuo al mondo cerca il “vero” e il “giusto”, e ci troviamo invece a vivere un’epoca travagliata, in cui la menzogna e l’ingiustizia la fanno da padroni? Forse che verità e giustizia non esistono come possibilità reali? O forse, piuttosto, che l’uomo non è in grado di coglierle nella loro valenza di principi universali? E, in questo caso, perché?
Chiunque abbia a cuore una ricerca sul senso della vita non può non giungere a queste domande “chiave”. È importante soffermarsi, indagare, procedere sperimentando, senza accontentarsi di una risposta qualsiasi, né di una soluzione preconfezionata, convincente sul piano logico, ma inefficace su quello pratico. Noi lo stiamo facendo da anni e, proprio per questo, non vogliamo dare risposte. Ci limiteremo a fornire degli stimoli, delle suggestioni, dei percorsi di ricerca, frutto della nostra esperienza d’indagine personale.
Partiamo dunque dalla domanda su che cos’è il “vero” e il “giusto”. E qui incappiamo subito nel primo problema: come mai ciò che, qui da noi, sembra inoppugnabilmente vero e giusto, non lo è altrettanto in una società diversa? Come mai i valori che stanno alla base della civiltà occidentale, non sono tenuti nella medesima considerazione in una società per esempio araba, o di matrice cinese, africana o quant’altro?
Evitiamo le semplificazioni e la scappatoia del “diverso = barbaro, infedele, ecc.”… Non è forse che esiste un qualcosa alla base della nostra possibilità di osservare che ci influenza, che – come dire – frappone un filtro tra ciò che realmente è e ciò che noi vediamo?
E, se non ce ne accorgiamo, deve essere qualcosa di estremamente raffinato, che ci appartiene fin dalla prima infanzia, e che fa parte a tal punto del nostro mondo, da diventare un tutt’uno con noi stessi e la nostra capacità di osservare e definire gli oggetti osservati.
L’ambito di pensiero filosofico che indaga il “vero” e il “giusto” è quello dell’etica. Un termine oggi abusato nel linguaggio comune, che ha progressivamente sostituito quello più consueto di morale. Ma che cosa sono l’etica e la morale? E si può parlare di un’etica (e di una morale) universale, che non si limiti alle visioni parziali di un’epoca o di una civiltà? Procediamo con ordine, e analizziamo i concetti da più punti di vista.
Etimologicamente, etica e morale sono solo la traduzione dal greco e dal latino dello stesso termine: “etica” deriva dal greco ethikos – ovvero “abituale”, “consueto”, “di abitudine” – derivante a sua volta da ethos (costume). Mentre in latino, il termine greco ethikos si traduce con moralis, morale, derivante da mos, moris (costume, comportamento). In epoca greca arcaica, il termine ethikos era strettamente connesso alle attitudini personali del guerriero (vedi Iliade e Odissea), alle sue scelte di comportamento, che lo portavano ad agire in un modo piuttosto che in un altro, cercando di attenersi il piú possibile al codice di valori (œqoj) allora vigente, ispirato all’eroismo e alla gloria individuale, non collettiva. Etiche erano, in questo senso, le regole, le norme cui gli eroi e i personaggi di alto lignaggio nell’ambito delle comunità dovevano ispirarsi. Se non lo facevano, se trasgredivano queste leggi non scritte, venivano puniti dagli dèi, e non solo: incorrevano nell’aspro biasimo della popolazione sulla quale esercitavano la propria autorità. Da allora in avanti – per molti secoli – la condotta dell’uomo, dell’eroe, è stata suggerita e guidata dall’opinione che la comunità si formava su di lui. In questo senso, l’Etica si identificava propriamente con il giudizio, la morale del popolo.
In ambito filosofico, il termine ethikà (neutro plurale dell’aggettivo ethikos) entrò nell’uso con Aristotele, che con esso intitolò le sue trattazioni di filosofia della pratica; poco piú tardi lo stoicismo designò con lo stesso aggettivo la terza e suprema parte della filosofia, che, dopo la logica (dottrina della conoscenza) e la fisica (dottrina della realtà), stabiliva come l’uomo si dovesse praticamente comportare rispetto a questa realtà. Da allora in poi, il termine è rimasto acquisito alla filosofia, che l’ha consacrato come termine tecnico per designare ogni dottrina che si venga elaborando speculativamente intorno al problema del comportamento pratico dell’uomo.
Nell’antichità non si distingue dunque tra etica e morale, essendo i due termini equivalenti e semmai collegati alle diverse “consuetudini” del mondo greco e romano: il comportamento “pratico” dell’uomo sembra essere legato all’abitudine, ai costumi del mondo in cui vive. Bisogna aspettare fino alla fine del Settecento, con Hegel (1770-1831), per trovare una distinzione tra eticità e moralità: Hegel identifica con il termine moralità l’aspetto soggettivo della condotta (ad esempio l’intenzione e la disposizione interiore), mentre definisce eticità quell’insieme di valori morali che l’uomo ha realizzato e realizza nella sua esistenza (ad esempio le istituzioni, la famiglia, la società civile, lo stato, ecc.).
Fino a due secoli fa, dunque, non esiste una vera e propria distinzione tra etica e morale, termini equivalenti che corrispondono al valore dei costumi di ogni singola società: ovvero alla consuetudine consolidata. Non si può quindi parlare di etica universale, bensì di etica greca, romana, cristiana, araba, ecc., né di un comportamento morale valido per ogni uomo, ma piuttosto di morale vedica, ebraica, taoista, e così via. Ogni singola civiltà elabora il proprio sistema di valori, e quando questi hanno una provenienza trascendente (vengono cioè indicati da Dio) assurgono, per quella stessa civiltà, a valore universale. Gli “altri” – gli stranieri – sono via via indicati come infedeli, pagani, eretici, barbari, ecc. e tutto ciò che è diverso dal proprio sistema di valori non viene indagato, ma temuto e combattuto aspramente. Le religioni la fanno dunque da padrone, tanto più quelle portatrici di una visione monoteista, in grado di fornire un’autorità universale alle proprie prescrizioni morali.
Molti filosofi si sono interrogati sui fondamenti dell’etica e della morale, ma è solo con l’Illuminismo che che ha luogo il tentativo di svincolarsi da una visione religiosa, verso la formazione di un pensiero laico. In questo periodo comincia ad affermarsi un atteggiamento orientato alla libertà di pensiero dell’uomo in un contesto in cui la scienza, la tecnica e le scoperte geografiche cominciano ad avere un rilievo, ed in cui l’uomo diventa cosciente del suo impegno nel mondo.
Fin dalla fine del ’600 le fondazioni morali basate sul comando divino o su una decisione demandata ad una autorità entrano in crisi: religione e sistemi di governo ancora influenzati da eredità feudali cominciano ad avvertire il peso di nuove idee e possibili visioni del mondo. Per i nuovi pensatori non esistono che due possibili soluzioni: negare qualsiasi struttura già consolidata o concentrarsi su nuove procedure, con una rinnovata analisi della natura umana.
In questa indagine sulla natura dell’uomo si possono individuare tre modelli proposti rispettivamente dagli inglesi Hobbes e Hume, e dal tedesco Kant. Hobbes ritiene che il movente fondamentale dell’individuo sia la ricerca del proprio benessere, e per poter giungere a una vita morale propone una soluzione contrattualistica, capace di mediare le diverse inclinazioni egoistiche. Hume si chiede: «dove risiede la facoltà pensante nell’uomo? Da dove provengono i concetti? Esistono già da sempre? No! Vengono acquisiti dall’esperienza».
E così Hume sviluppa una teoria che descrive il modo in cui i concetti vengono appresi. Egli arriva a sostenere che nell’uomo sia presente una “benevolenza” di fondo e il consolidamento di questa inclinazione non egoistica conduce alle “convenzioni” etiche.
Diversamente da Hobbes (la cui procedura contrattualistica viene garantita dall’autorità), Hume insiste sull’inclinazione generosa dell’uomo (anche se limitata) che si consolida attraverso il lento processo della civilizzazione.
Hume offre in primo luogo una spiegazione alla certezza che ogni effetto abbia comunque una causa. Secondo lui, si tratta di un’abitudine acquisita da lungo tempo. Proprio a questo proposito, Immanuel Kant (1724-1804) si trova a riconoscere: «David Hume mi ha svegliato dal sonno dogmatico». Egli si riferisce anzitutto alla spiegazione di quello che, a partire da quell’epoca, viene chiamato “principio di causa”, ossia quella regola secondo cui ogni effetto ha una causa.
Kant, venuto a contatto con i testi di Hume, riconosce subito che in essi c’è qualcosa di vero: il punto di partenza della sua riflessione è l’indagine sul contributo dell’esperienza e su quello dei concetti fondamentali.
Kant ha compreso che non si può prescindere dall’esperienza («L’esperienza è senza alcun dubbio la base di tutto il sapere», scrive nella Critica della ragion pura), ma non si sogna di dire che i concetti con cui noi “pensiamo” l’esperienza sono acquisiti anch’essi dall’esperienza” (impostazione di Hume e dell’empirismo inglese).
Egli mostra invece che i concetti hanno sempre una “necessità costitutiva” per l’esperienza stessa: ricondurre infatti ogni evento, ogni mutamento della natura, a una propria causa, non rientra nel campo dell’esperienza, bensì è proprio ciò che la rende possibile: «I concetti, con cui facciamo esperienza, non sono a loro volta nozioni che provengono dall’esperienza, ma necessarie condizioni di possibilità della nostra esperienza».
Per poter fare esperienza, insomma, devono già esserci domande, in forma di concetti “a priori”. Questi sono ciò che rende possibile l’esperienza, e pertanto non possono essere a loro volta spiegati ricorrendo a quest’ultima; sono gli “a priori” che devono spiegare l’esperienza. Questa fu la grande svolta di Kant. Sviluppando in seguito la sua filosofia morale, Kant ha indicato l’esistenza “a priori” di imperativi categorici, ai quali appartiene anche la forma imperativa più esplicita: «Tu devi considerare ogni altro essere umano come un fine in sé». Ogni uomo è – “in sé” – già libero, cioè è a lui che vanno imputate le sue azioni, allo stesso modo in cui i miei pensieri dipendono da me. Ma possiamo concepire noi stessi come esseri pensanti soltanto se ciò implica anche questa componente morale, che fa di noi persone responsabili. È su questo che si fonda la società e ogni possibile teoria del diritto.
Naturalmente l’imperativo categorico è un comando che non ammette alcuna deroga. Questo è il senso dell’imperativo categorico: non c’è alcuna condizione in cui, per esempio, ho il diritto di trattare l’altro come uno strumento, un mezzo, senza che egli accondiscenda. Questo non significa che qualcuno non possa servire da mezzo per l’altro, bensì che nessuno dev’essere usato come strumento senza il proprio consenso, senza la sua disponibilità. La soluzione kantiana, quindi, non è fondata sull’indagine della natura umana come nelle proposizioni dei filosofi inglesi, ma sull’analisi della struttura e del funzionamento a priori della volontà. Kant definisce così le regole che configurano la volontà come legge universale.
Molti altri filosofi hanno affrontato i temi dell’etica e della morale, ma Kant è sicuramente lo spartiacque che permette di osservare un mondo più ampio: indipendentemente dalle sue conclusioni sull’imperativo categorico, è qui interessante notare quanto la sua analisi (rigorosissima e assai più articolata di queste poche note) si ponga il problema di qualcosa che sta “prima” delle regole convenzionali applicate in ogni società. Inoltre, il suo contributo si fonda su una disamina puramente logica: egli indaga la ragione dell’uomo, senza venire influenzato da presupposti culturali o religiosi.
Alla luce di tutto ciò, possiamo ora porci nuovamente la domanda da cui eravamo partiti: ogni individuo al mondo apparentemente cerca il “vero” e il “giusto”, e tutto ci porta invece a constatare che questi concetti sono alquanto dissimili da luogo a luogo, e persino da individuo a individuo. Esistono dunque un “vero” e un “giusto” validi per tutti? Ovvero: esiste un’etica universale? E se esiste, perché non si è ancora imposta come criterio unico per tutta l’umanità?
Hume dice che i concetti vengono acquisiti dall’esperienza, e con lui concordano molti altri. Ciò significa che, in primis, è l’educazione a produrre il nostro senso morale: la famiglia, i comportamenti parentali, la scuola, il contatto con le altre figure adulte e con i coetanei, sono questi i contenuti delle nostre prime esperienze. E quindi, se nasco in un paese arabo avrò un certo tipo di “senso morale”, diverso da quello che avrei avuto se fossi nato in Cina, in America, in Italia o chissaddove.
Ma se è così – ed è ragionevole pensarlo – allora non c’è scampo: non avremo mai un’etica universale per tutto il pianeta, a meno che una civiltà o una religione non prenda il sopravvento su tutte le altre. Oppure, proviamo a fare lo sforzo di pensiero che ha fatto Kant, e immaginiamo dei princípi “a priori”, che stanno prima dell’esperienza, ovvero prima di ogni condizionamento, di ogni parzialità culturale o religiosa… Dei princípi etici davvero universali, al di là di tutti i credi, di tutti i sistemi possibili, di tutte le fedi ideologiche o le dottrine politiche e religiose. Se è così, se esistono dei princípi etici veramente universali, allora è possibile intraprendere il percorso verso il fondamento di una morale valida per ogni uomo, in qualunque parte del mondo. Riteniamo sia questa la sfida dell’uomo nell’era moderna.
D’altro canto, un uomo che marcia a due velocità, lanciato nel futuro dalle incredibili conquiste scientifiche e tecnologiche, e contemporaneamente fermo a un lontano passato, fatto di visioni ristrette, intolleranti e ipocrite non può pensare di andare troppo lontano. La ricerca dell’uomo sul senso del proprio esistere come essere umano è ancora troppo condizionata dalle visioni parziali: l’etica e la morale, concepite ancora come nel mondo greco e romano, rimangono confinate a uno spazio abitudinario, di consuetudine, controllato totalmente dal sistema culturale e religioso vigente.
Nell’ultimo secolo si è assistito al crescente bisogno di trovare delle risposte: il punto di partenza, probabilmente, si può collocare, poco più di cinquant’anni fa, con la proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, un documento di portata storica, in cui per la prima volta si stabiliscono i diritti dell’essere umano, indipendentemente da nascita, sesso, razza o religione – diritti d’uguaglianza nella diversità. Un passo fondamentale, che sottolinea l’importanza della ricerca di un’universalità dell’etica
In ambito filosofico, il termine ethikà (neutro plurale dell’aggettivo ethikos) entrò nell’uso con Aristotele, che con esso intitolò le sue trattazioni di filosofia della pratica; poco piú tardi lo stoicismo designò con lo stesso aggettivo la terza e suprema parte della filosofia, che, dopo la logica (dottrina della conoscenza) e la fisica (dottrina della realtà), stabiliva come l’uomo si dovesse praticamente comportare rispetto a questa realtà. Da allora in poi, il termine è rimasto acquisito alla filosofia, che l’ha consacrato come termine tecnico per designare ogni dottrina che si venga elaborando speculativamente intorno al problema del comportamento pratico dell’uomo.
Nell’antichità non si distingue dunque tra etica e morale, essendo i due termini equivalenti e semmai collegati alle diverse “consuetudini” del mondo greco e romano: il comportamento “pratico” dell’uomo sembra essere legato all’abitudine, ai costumi del mondo in cui vive. Bisogna aspettare fino alla fine del Settecento, con Hegel (1770-1831), per trovare una distinzione tra eticità e moralità: Hegel identifica con il termine moralità l’aspetto soggettivo della condotta (ad esempio l’intenzione e la disposizione interiore), mentre definisce eticità quell’insieme di valori morali che l’uomo ha realizzato e realizza nella sua esistenza (ad esempio le istituzioni, la famiglia, la società civile, lo stato, ecc.).