“Non è che abbiamo perso la fede; l’abbiamo semplicemente trasferita da Dio, alla professione medica”
George Bernard Shaw)
L’apparente conflitto tra fede e relativismo, che fra breve descriveremo, non rappresenta solo un argomento di interesse filosofico-concettuale, ma anche un aspetto della nostra vita quotidiana, con il quale dobbiamo fare i conti, se siamo votati ad una crescita di consapevolezza e cerchiamo uno sviluppo maturo di noi stessi, come individui e in qualità di membri responsabili della società a cui apparteniamo.
Si tratta di un argomento oltremodo attuale, per le polemiche sorte in questi ultimi tempi fra due modi di pensare, tra loro antitecici: quello della religione e quello di certi filosofi e intellettuali, i quali individuano nella fede religiosa un indice di totale inadeguatezza nel rapportarsi alla vita in termini oggettivi.
A noi interessa il risvolto pratico di questa polemica: cosa può essere utile all’uomo e alla donna di tutti i giorni e in quale misura la comprensione di questi aspetti può influenzare la nostra vita, favorendo lo sviluppo di una maggiore consapevolezza. Per prima cosa, definiremo in maniera succinta il significato di queste due parole: fede e relativismo.
RELATIVISMO
Il relativismo teorizza che ogni forma di conoscenza non può che essere relativa, in quanto dipendente dal punto di vista del soggetto che la sperimenta. Il relativismo interpreta l’essere umano come un osservatore limitato. I relativisti negano ogni possibile assolutezza nella percezione umana; per loro l’uomo è “un’entità soggettiva”, incapace di interpretare “l’oggettivo”. Ciò significa che, anche se un uomo si trovasse ad osservare un fenomeno oggettivo, egli non potrebbe che interpretarlo in modo soggettivo, ossia in maniera dipendente dalle sue esperienze e dai suoi condizionamenti culturali (e quindi relativa).
Il relativismo si riferisce perciò, soprattutto, alla “conoscenza-coscienza umana”, più che a ciò che essa osserva e studia. In altri termini, secondo questa concezione, il problema non sta tanto nell’esistenza o nell’inesistenza di una “verità ultima”, quanto nell’impossibilità umana di osservarla, comprenderla e decodificarla.
Anche se esistesse una verità assoluta, l’interpretazione umana della medesima risulterebbe necessariamente soggettiva e relativa.
Questa visione genera un modo di pensare - nei rapporti umani e sociali - che esclude categoricamente l’accettazione di una morale unica per tutti, di regole esistenziali e sociali uguali per ogni uomo e razza e di un ideale “unico e assoluto” da imporre agli altri. Il totalitarismo ideologico e religioso, il proselitismo e l’evangelizzazione su vasta scala; il legiferare in maniera certa e definitiva sulle nozioni di bene e male, sono tutte conseguenze proprie ad un pensiero che non dubita dell’assolutezza della propria visione (fede - assolutismo); il relativismo, al contrario, sostiene che non possa esistere un’interpretazione certa e assoluta della realtà, e che ciò debba per conseguenza portare ad un’evoluzione sociale e individuale del pensiero, che abbia come risultato concreto l’elasticità e l’adattabilità della morale comune e delle leggi che derivano dall’etica e dalla morale stessa (per sua natura soggettiva e relativa, provenendo da una natura umana soggettiva e relativa).
Il relativismo però, a prescindere dai suoi effetti sociali, tende ad escludere ogni esperienza “assoluta” e “certa”, anche in termini filosofici. La concezione di “fede”, come anche quella di “esperienza interiore soggettiva”, sono considerate poco attendibili dal punto di vista concettuale. Il relativista convinto non cerca la conferma dell’esperienza spirituale o interiore; egli, partendo dal punto di vista che ogni conseguimento è di per sé relativo, nel migliore dei casi interpreta l’esperienza stessa come la sfaccettatura di una realtà più ampia, che necessariamente rimane inafferrabile (per la sua complessità o per la sua cangiabilità).
FEDE
La “fede” si pone invece sulla sponda opposta: essa è la certezza di ciò che non offre alcuna prova oggettiva e universale di un’evidenza incontrovertibile. Per la fede un fatto non è tale perché è visibile agli occhi di tutti, o perché è legato a leggi studiabili razionalmente, comprensibili e comprovabili. Per la fede, un fatto è tale e assoluto, perché il soggetto che lo definisce tale ha deciso di credere che sia così e non è disponibile a porlo sul contro-altare della logica; oppure, perché l’oggetto di tale fede è percepito intimamente e profondamente vero e, neppure contro ogni logica, colui che lo percepisce può a negare il suo sentire (il quale sentire, anche nel tentativo di rimuoverlo, ritornerebbe costantemente e prepotentemente in superficie).
Sulla fede va detto che ne esistono di almeno due tipi: la prima e più comune, facilmente si confonde con l’intollerante e pigra chiusura nei confronti di tutto ciò che si discosta dal proprio condizionamento culturale. Ad esempio, un occidentale medio afferma che Gesù è l’unico figlio di Dio, solo ed esclusivamente perché è abituato a credere in quello che gli è stato inculcato sin da bambino. Questo genere di uomo non si pone alcun tipo di domanda sulla questione; ci crede e basta (e per questo è disposto a discutere, polemizzare e giudicare chi la pensa diversamente, pur senza essere davvero consapevole di ciò che afferma). Si tratta di una forma di fideismo del tutto meccanico, per nulla illuminato dal sentire interiore.
La seconda forma di fede, estremamente più rara, è ben descritta da S. Paolo con le seguenti parole: “La fede è l’evidenza (la conoscenza, in alcuni testi), di cose non viste”.
Cosa significa? che l’uomo può sentire in se stesso, come assolutamente vero, qualcosa che non possiede alcun requisito di comprovabilità. Non si tratta di condizionamento culturale, o di chiusura ad una differente possibilità; in questo caso il fenomeno si avvicina a quello dell’intuizione. Una parte di noi è intimamente convinta di una certa realtà, pur non potendone spiegarne le ragioni (neppure a noi stessi). Questo genere di fede differisce dall’intuizione, per il fatto che non si esprime attraverso un lampo percettivo di breve durata, ma permane stabilmente nel tempo. Potrebbe essere comparata ad una conoscenza perduta sul piano consapevole, ma esistente nel profondo.
Un esempio: in Occidente e in Oriente esistono persone che credono intimamente nella realtà della reincarnazione. Costoro possono cercare di spiegare razionalmente la loro convinzione, ma qualsiasi esposizione risulta inconsistente, di fronte alla percezione di certezza che provano al loro interno. Tale esperienza può essere sperimentata in altri casi: nel credere all’esistenza di qualcosa di superiore, nell’avere fede che una certa persona non potrà mai voltarci le spalle nella vita, e così via.
Per quanto si tratti di un fenomeno raro, nella sua accezione più consapevole, pura e forte, sarebbe ottuso negarne l’esistenza. Esistono casi di vera fede, che non ha nulla (o quasi) a che vedere col condizionamento culturale e con l’esperienza vissuta. Semmai, i condizionamenti possono fornire a questo genere di fede una veste particolare attraverso la quale esprimersi, che non deve però essere confusa con la natura interiore dell’ esperienza in sé.
Questa fede appare come l’affioramento di una conoscenza profonda, di cui la parte conscia non è consapevole , piuttosto che similmente al debole credo di chi decide di accettare delle verità inculcate dall’esterno.
Persino il relativismo, se non vuole negare se stesso trasformandosi in assolutismo, deve accettare la relatività e la soggettività della teoria che rappresenta; la quale, provenendo dalla natura umana, non può contenere l’oggettività indispensabile per definire necessariamente relativa e soggettiva l’esperienza di una fede profonda.
In altri termini, è perfettamente coerente alla filosofia relativista, l’accettazione di una concezione elastica che in tal modo potrebbe esprimersi: “Tutto è illusione; non perché vi sia certezza dell’assenza di una verità stabile, ma perché la soggettiva instabilità dell’osservatore trae dati illusori anche nell’osservare un’ipotetica verità. Da ciò ne consegue che tale soggettività vale anche nel porsi dinanzi all’osservazione dell’illusione stessa e del relativismo della natura umana, e quindi si giunge alla logica conclusione che non solo la percezione della realtà possa essere illusoria, ma che possa esserlo anche la percezione dell’illusione (e l’idea stessa del relativismo come metro di giudizio oggettivo)”.
Quest’osservazione vale anche per la concezione relativista dell’universo, in contrapposizione con la stabile immagine di un Dio creatore, proposta da alcune religioni. Benché la concezione di una “creazione” così come è ordinariamente trasmessa, contenga molti elementi evidentemente “umani”, nel senso di poco credibili e semplicistici, la negazione a priori di un “sistema cosmico” fondato sul leggi che prescindono dalla sola teoria evoluzionista, non può essere coerente con l’asserzione dell’impossibilità di giungere a definitive valutazioni sulla vita e sulla sua natura.
Sia nel concetto di fede religiosa, che nel relativismo, esistono due formule interpretative: una limitata e limitante, l’altra aperta, illuminata e possibilista. Il relativismo contiene elementi di innegabile validità; ma anche l’assolutismo religioso, spogliato dai suoi dogmi medioevali, possiede elementi che rispondono ad una concezione credibile dell’universo. In ultima analisi si tratta di approcciare queste differenti visioni con uno sguardo meno dogmatico; si può scoprire in tal modo che esiste la straordinaria possibilità di includerle entrambe in un’unica concezione filosofica, che potrebbe offrire un’immagine molto più evoluta e credibile del mistero della vita (sicuramente più raffinata e convincente di quella proposta dalle due visioni, prese a se stanti).
Nel nostro attuale mondo, dove tutto è divenuto dubbio, dal conto in banca all’aria che respiriamo, molte persone sentono il bisogno di riagganciarsi ad antichi valori (propri alla loro o ad altre tradizioni), cercando in essi un supporto psicologico che bilanci il senso di inadeguatezza tipico del momento storico. Altri, al contrario, lasciano crescere al loro interno uno stato di cinico pessimismo, permettendo il dilagare del dubbio mentale a tutti i livelli, con una conseguente e crescente tendenza a non credere più neppure ai valori umani più semplici e universali.
La risposta alla paura ed alla sofferenza però, non può mai essere trovata nell’illusione. La realtà e la nostra opinione della realtà, non sono la stessa cosa. Anche se ci convinciamo che babbo natale verrà a salvarci domani a mezzogiorno, il massimo che potremo ottenere sarà di passare l’attesa in una sorta d’incosciente leggerezza emotiva, sino a mezzogiorno del giorno dopo; poi, la realtà, ci colpirà in faccia con tutta la sua crudezza.
La fede condizionata non può aiutarci. Per coloro che si credono degli eletti, la vita continuerà ad essere quella che è - nella realtà - e il giorno della resa dei conti, non incontreranno né babbo natale, né Lenin, né tanto meno quell’immagine di Dio che hanno coltivato per sentirsi al sicuro.
Ma neppure negare ogni cosa e dubitare su tutto, può aiutarci. Sostituire la fede in un falso dio, confezionato su misura per noi, con la fede nel nostro intelletto, erigendolo a nuovo idolo di questa epoca, non ci salverà dalla paura e dalla sofferenza.
Possedere una mente chiusa e certa dei propri credo, pronta a combattere chi la pensa diversamente e coltivare una mente narcisistica, convinta di poter comprendere la natura di ogni fenomeno con le proprie forze (in extremis, autoglorificandosi della propria capacità di negare ogni realtà assoluta e di non credere in nulla), sono probabilmente le due facce della stessa medaglia: la paura di vivere in libertà, cercando la perfezione e la saggezza in ogni momento dell’esistenza.
Con buona pace per i relativisti convinti (anche se un relativista troppo convinto è già un controsenso in sé), l’essere umano contiene la possibilità di lampi percettivi di vera oggettività. Porzioni di verità possono essere colte, ed anche se la parte non è il tutto, è meglio di niente.
Con buona pace per i fideisti convinti, invece, il più di ciò che percepiamo nella vita è illusione pura, alla quale ci attacchiamo per sentirci parte di qualcosa, in quanto non sufficientemente liberi per affrontare la vita con la coerenza della nostra sola integrità.
Dal relativismo possiamo prendere la saggezza di chi ha compreso che le nostre percezioni sono piccola cosa, non solo dinanzi ai misteri dell’universo intero, ma persino di fronte ai misteri contenuti nel cuore di un singolo essere umano (il nostro cuore incluso).
Attraverso questa visione possiamo allontanarci da quella fede cieca (laica o religiosa), che porta verso i sentieri orridi del totalitarismo, del settarismo e della prevaricazione, in direzione dell’arido e violento territorio dell’indottrinamento a oltranza, convinti di servire una forza superiore seguendo ciecamente una serie di convinzioni dogmatiche e conseguenti dettami morali, che si vogliono poi imporre ad altri, con lo scopo delirante di volerli salvare da loro stessi.
Dalla fede vera, anche solo dal rispetto nei confronti dell’esistenza di questo fenomeno, possiamo prendere la capacità di ricordare che esiste qualcosa di immenso che ci trascende, e che le sue leggi sono inequivocabilmente troppo vaste e complesse per essere messe al vaglio della nostra limitata e materialistica mente.
Possiamo imparare ad accogliere con maggiore fiducia ed apertura le nostre sensazioni interiori, come una piccola luce, accesa nel buio di una vita troppo difficile per per essere compresa nella sua interezza.
Forse in questa epoca l’essere umano potrebbe cercare di unificare in sé quegli estremi che sono sempre stati divisi: fede e raziocinio. In realtà, chi crede in Dio dovrà pur domandarsi perché possediamo una mente (e avere il coraggio di dubitare delle parole che gli sono state inculcate sin da piccolo); non necessariamente per negarle, ma per trovare la libertà e il senso di responsabilità, capaci di porle al vaglio del proprio cuore e della propria mente.
Per contro, chi sostiene di non credere in nulla, e ritiene che la mente sia il solo faro direttivo di un’umanità evoluta, prima o poi dovrà trovare il coraggio di accettare che nell’essere umano sono contenute potenzialità che trascendono a volte la più ferrea logica e, perfino, quelle leggi naturali ritenute inviolabili. Anche costoro, non potranno eternamente chiudere gli occhi di fronte a ciò che non comprendono con la ragione, convinti che se non riescono a capirlo, significa che non esiste per nulla.
Dalla filosofia alla vita quotidiana, possiamo imparare ad essere più disponibili ed aperti nei confronti della vita, del pensiero altrui e... anche di noi stessi. La conoscenza di ognuno è ben poca cosa, se paragonata all’ ignoranza che ci soverchia. Ma questo, deve spingerci verso il desiderio di conoscere, comprendere, sentire intimamente e realizzare con la parte più profonda di noi stessi; almeno per ciò che riguarda una microscopica parte di quanto ancora ignoriamo. Sicuramente, è molto limitato rispondere ai misteri della vita inventandoci un’immagine semplificata della realtà, oppure negando la possibilità di svelarli inabissando l’istinto alla sapienza, nell’oscuro limbo del “mistero di una fede meccanica”.
La fede - quella vera - di misterioso ha solo il fatto che sia sopravvissuta alle “ragioni” irragionevoli della mente di questo secolo, e al totalitarismo fideistico di secoli di oscurantismo falsamente religioso.
Forse in questa epoca l’essere umano potrebbe cercare di unificare in sé quegli estremi che sono sempre stati divisi: fede e raziocinio. In realtà, chi crede in Dio dovrà pur domandarsi perché possediamo una mente (e avere il coraggio di dubitare delle parole che gli sono state inculcate sin da piccolo); non necessariamente per negarle, ma per trovare la libertà e il senso di responsabilità, capaci di porle al vaglio del proprio cuore e della propria mente.
Per contro, chi sostiene di non credere in nulla, e ritiene che la mente sia il solo faro direttivo di un’umanità evoluta, prima o poi dovrà trovare il coraggio di accettare che nell’essere umano sono contenute potenzialità che trascendono a volte la più ferrea logica e, perfino, quelle leggi naturali ritenute inviolabili. Anche costoro, non potranno eternamente chiudere gli occhi di fronte a ciò che non comprendono con la ragione, convinti che se non riescono a capirlo, significa che non esiste per nulla.