«C’era una volta…». C’era una volta un angolo del mondo che veniva chiamato “il giardino d’Europa”. Un posto preso di peso dal progetto di un architetto rinascimentale: un miracolo di armonia, ricchezza ed equilibrio circondato dal mare.
Un luogo fatto di boschi, montagne, dolci colline, pievi medioevali, piazze straordinarie, cattedrali di pietra e marmi rosati, ville colonnate incorniciate da giardini fiabeschi, e ancora monumenti, rovine di un passato glorioso, aranceti, uliveti, pianure silenti, laghi immoti.
Un paradiso in terra, dove bastava camminare – o trottare a cavallo – per cogliere i segni di un gusto e un’armonia che avevano lasciato il meglio della bellezza di secoli della storia dell’uomo.
In tutto il mondo ne parlavano, da tutto il mondo gli animi più sensibili correvano, come attratti da un canto di sirena. Goethe, Nietszche, Byron, Shelley, Wordsworth, Hesse, Stendhal, Joyce, Wagner, Mann, e mille altri cultori della bellezza non sapevano resistere al richiamo imperioso dell’armonia, che sembrava aver trovato posto in quella terra benedetta.
Ebbene, quel posto si chiamava Italia. E si chiama ancora così, benché della bellezza di un tempo altri adoratori di dèi più prosaici abbiano fatto lo scempio più stupido che la storia possa sopportare.
Ora, in quello stesso angolo di paradiso, fanno bella mostra di sé raffinerie e acciaierie fumanti, condominii a schiera come patchwork colorati a caso su colline e scogliere, autostrade strafottenti e altri ghirigori d’asfalto con processioni di camion, auto e fumi. Dal dopoguerra non c’è più una casa che si possa definire palazzo, per una strana equazione che associa l’edilizia economica alla negazione dell’armonia. Come se, d’un tratto, la tradizione che in qualunque scalpellino, carpentiere, muratore trovava un artista, educato alla nascita alla visione del bello e dell’armonia, avesse violentemente girato pagina, rinnegando ogni memoria e identità.
Non solo: in un mondo che andava cercando un mercato più ampio, invece di puntare alle proprie qualità intrinseche e valorizzare ciò che già c’era, politici scellerati hanno ben pensato di scimmiottare altri che erano diventati industriali per forza, al chiuso per otto mesi all’anno, con un clima pesante e rigido.
E così, invece di restare il “giardino d’Europa”, dove i ricchi produttori d’altrove potevano venire a spendere i loro capitali contenti, godendo di un Belpaese rimasto nei sogni di bellezza di ogni uomo, abbiamo creduto di essere grandi negando noi stessi. Diventando, di fatto, il fanalino di coda di una mentalità che non è la nostra e che cerchiamo, alla rincorsa, continuamente di imitare con sforzi peraltro commoventi.
Ora, si piange. Si constata che la Spagna attira più turisti e, in proporzione, anche la Grecia, la Turchia, il Portogallo. Persino la Gran Bretagna… Si fanno analisi, paragoni, dibattiti.
Ma intanto abbiamo gli aeroporti più inutili e inefficienti, le reti stradali più invasive, gli alberghi più cari, le soluzioni extra-alberghiere lasciate all’iniziativa di singoli, la comunicazione frammentata, provinciale, superata. E poi la sporcizia, l’incuria, la burocrazia, il menefreghismo.
È notizia recente quella della chiusura del “portale” Italia.it, ciò che doveva essere sulla rete globale la vetrina del Made in Italy nel mondo, il punto d’accesso privilegiato per “riportare l’Italia al posto che le spetta”. Invece, si è rivelato solo un’altra occasione persa. O, meglio, un’ordinaria storia di burocrazia e “rimpallo di non-decisioni” all’italiana. 45 milioni di euro erano stati stanziati per il funzionamento del portale, e 7 milioni sono stati bruciati in un nulla di fatto, quando la Spagna – per esempio – ormai da anni ha imposto un marchio d’autore, nei suoi colori solari, che accompagna ogni comunicazione, ogni minima proposta turistica. Noi abbiamo concepito un bellissimo “cetriolo” verde, vanto del design che ci contraddistingue nel mondo.
Non ci importa, qui, una polemica sterile. Altri hanno già detto, molto più propriamente di noi.
Quello che però ci interessa far notare è la povertà di una mentalità che non sa guardare le sue radici e, soprattutto, la sua identità. Il suo “essere”, in una parola. Ciò che ha rovinato l’Italia – così come rovina ogni singolo individuo – è l’identificazione in qualcosa che è altro da sé, e alla fine inevitabilmente snatura, portando alla disarmonia e al disastro.
Così come la bellezza di un’individuo sta nella sua natura libera, espressa senza compromessi e integra, nello stesso modo anche un Paese può – e deve – esprimere quello che è per riconoscersi ed essere rispettato dagli altri, proprio nella sua unicità.
Potevamo restare il “giardino d’Europa” e oggi diventare il “giardino del mondo”; un luogo dove il culto della bellezza e dell’armonia è di casa; dove il 60-70% delle opere d’arte del pianeta vengono valorizzate, curate, offerte allo sguardo dell’umanità contemporanea; un luogo dove si viene accolti, e si vive della felicità degli altri rapiti dalla bellezza; un Paese di cultura e storia, in grado di insegnare a tutti gli altri. Un museo a cielo aperto, una vetrina di scenari d’eccezione, un’accademia di cultura del bello, in grado di portare più armonia e speranza al mondo.
Invece, siamo quello che sapete già, senza doverlo “spiegare”. Un vero peccato.
Mauro Maggio
Ora, in quell' angolo di paradiso, che era l'Italia, fanno bella mostra di sé raffinerie e acciaierie fumanti, condominii a schiera come patchwork colorati a caso su colline e scogliere, autostrade strafottenti e altri ghirigori d’asfalto con processioni di camion, auto e fumi. Dal dopoguerra non c’è più una casa che si possa definire palazzo, per una strana equazione che associa l’edilizia economica alla negazione dell’armonia. Come se, d’un tratto, la tradizione che in qualunque scalpellino, carpentiere, muratore trovava un artista, educato alla nascita alla visione del bello e dell’armonia, avesse violentemente girato pagina, rinnegando ogni memoria e identità.
Non solo: in un mondo che andava cercando un mercato più ampio, invece di puntare alle proprie qualità intrinseche e valorizzare ciò che già c’era, politici scellerati hanno ben pensato di scimmiottare altri che erano diventati industriali per forza, al chiuso per otto mesi all’anno, con un clima pesante e rigido.
E così, invece di restare il “giardino d’Europa”, dove i ricchi produttori d’altrove potevano venire a spendere i loro capitali contenti, godendo di un Belpaese rimasto nei sogni di bellezza di ogni uomo, abbiamo creduto di essere grandi negando noi stessi. Diventando, di fatto, il fanalino di coda di una mentalità che non è la nostra e che cerchiamo, alla rincorsa, continuamente di imitare con sforzi peraltro commoventi.