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"Imparare ad imparare"Il lavoro è uno strumento essenziale per la crescita umana e individuale: è il proprio posto nel mondo, la concretizzazione della propria utilità nella collettività, il senso pratico dell’esistenza. In questo senso, il lavoro ci aiuta a definire chi siamo e cosa possiamo fare nel contesto in cui siamo chiamati a vivere, ci fornisce la dignità della nostra azione nella vita, in rapporto agli altri e alla società di appartenenza, ovvero al nostro spazio vitale. Proprio per questo, la scelta di un lavoro dovrebbe essere un atto libero, condotto entro i soli limiti delle proprie attitudini e possibilità.
Il mercato del lavoro è uno spazio di possibilità: è la chance del nostro “fare” nel mondo, il modo riconosciuto per essere utili e costruttivi. Come in tutte le cose, però, l’approccio individuale può essere di tipo attivo o passivo; vale a dire, possiamo decidere chi siamo e cosa vogliamo, o aspettare che siano altri a dircelo. Ci sono stati periodi storici in cui il problema non si poneva: il sistema era in qualche modo “castale”; in modo più dichiarato in certi paesi orientali dove le caste erano un elemento consolidato e organizzato dalla società e dalla visione religiosa, e in modo più “sottinteso” in area occidentale dove – per esempio per tutto il medioevo – chi nasceva contadino non poteva aspirare ad altro, né per sé, né per i propri figli. L’aristocrazia perpetuava se stessa e, al massimo, nelle epoche più tarde, era possibile andare a bottega per imparare un mestiere e accedere al ruolo di artigiano. L’unica via di fuga era quella di entrare in un ordine religioso, dove era possibile studiare e aspirare alla possibilità di una posizione diversa nella vita. Dopo la rivoluzione industriale, il lavoro ha assunto caratteristiche diverse, piegato alle esigenze di un’industria incurante delle caratteristiche del singolo e alla ricerca semplicemente di “braccia” da utilizzare. Nel tempo, si è strutturato un “mercato del lavoro”, collegato alla legge della domanda e dell’offerta, e a tale “mercato” si tende a far riferimento ancora oggi. La nostra impressione è che, oggi, nel nostro Paese, si tenda a subire lo schema del passato più recente, senza accorgersi che il mondo è cambiato. Nel momento in cui abbiamo accettato una cultura globalizzata – e lo abbiamo fatto con i prodotti culturali, soprattutto di provenienza americana, e con l’introduzione degli strumenti informatici e telematici – il nostro spazio si è aperto di colpo, andando ad attingere nei consumi all’economia globale, ma senza accorgersi che anche l’iniziativa del singolo ha ora accesso a uno spazio più grande. I giovani tendono ancora a subire la frustrazione di un’offerta di lavoro certamente limitata, ma soprattutto sempre collegata ai parametri del già esistente, del “vecchio”. Il lavoro deve essere l’espressione di sé, l’apporto d’idee e forza vitale per un mondo che vive un processo di costante e velocissimo cambiamento. I bisogni mutano, nuove esigenze si sovrappongono e prendono il sopravvento, e non sembra che ci sia la capacità di “leggere” questo mutamento e approfittare delle occasioni. Oggi, il mercato del lavoro si trasforma in tempi brevissimi, e il suo spazio è più che mai “globale”, investendo sostanzialmente tutto il pianeta. Occorre, per esempio, parlare più lingue, e a poco servono i costosi corsi fatti “a casa”. Una lingua s’impara in pochi mesi di permanenza all’estero, magari lavorando in un ambito qualsiasi, meglio ancora se quest’ultimo costituisce un osservatorio su una società che vive di valori diversi. Spesso, la propria specificità culturale, innestata in un contesto che soffre di altre meccaniche, permette di sviluppare idee vincenti e originali, magari preziose per chi – nato e vissuto in quel luogo – non ha occhi per vedere. Anche tornare a casa, dopo un’esperienza in un’altra cultura, costituisce un punto di forza, un arricchimento prezioso che permette di vedere con uno sguardo più distaccato le realtà stagnanti di un’economia ferma ai propri stereotipi. I bisogni della gente si sviluppano sull’onda dell’emotivo, velocissimi, attingendo ai modelli globali della comunicazione. La risposta invece è lenta, perché si basa su una struttura consolidata, su un’organizzazione pensata in un’altra epoca, ormai più che superata: si assiste così al paradosso che i bisogni non vengono sod-disfatti, mentre la maggior parte delle risorse è impegnata a offrire qualcosa che non interessa più. I giovani dovrebbero prima guardare a se stessi e alle proprie attitudini, imparando a distinguere ciò che di vero è in loro e quanto invece corrisponde a ciò che altri hanno voluto – o pretendono – da loro. Poi dovrebbero valorizzare le proprie capacità e puntare ad arricchirle, imparando con intelligenza ciò che ancora non sanno: chi lavora da una vita e ama il proprio lavoro trova un piacere impagabile a trasmettere quanto conosce a un giovane attento e rispettoso che abbia voglia di imparare. È un processo naturale, che dà senso e continuità alla fatica e ai sacrifici che ogni attività comporta. Infine, i giovani, finalmente padroni delle proprie possibilità, dovrebbero imparare ad osservare il mondo che li circonda, senza pregiudizi né schemi mutuati dal passato. Non dovrebbero “cercare” il lavoro, come se fosse qualcosa di pronto e già confezionato, ma imporre la propria forza attiva come una proposta di novità, di freschezza, d’idee che appartengono al mondo che loro stessi contribuiscono a vivificare, giorno dopo giorno. Solo così potranno trovare un posto utile nella società e, soprattutto, essere in grado di trasferire, da adulti, la ricchezza del proprio contributo, ai giovani che verranno.
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