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“Il riposo è il condimento che rende dolce il lavoro”
(Plutarco)


Quello che noi normalmente definiamo “essere umano” corrisponde ad un complesso organismo che possiamo osservare attraverso tre componenti fondamentali: quella “fisica” (ovvero il corpo vero e proprio, che risponde a leggi eminentemente biologiche, chimiche e meccaniche), quella “emotiva” (che si nutre di impressioni ed elabora emozioni e sentimenti) e quella cosiddetta “mentale”, in grado di formulare interrogativi, pensieri, sintesi e astrazioni, e produrre a sua volta un’osservazione sulle altre parti. Per studiare e comprendere adeguatamente qualunque tipo di lavoro o attività, svolta da un essere umano, a nostro parere, occorre tener presente queste tre componenti e condurre un’osservazione specifica per ciascuna di esse, anche se, in realtà, sono fra loro interconnesse.

L’attività in genere consuma energia, ed è esperienza comune quella di riconoscere di aver raggiunto una condizione di stanchezza; tuttavia, esiste una notevole differenza tra la stanchezza di tipo fisico, quella che attiene alla sfera emotiva, e quella di carattere più propriamente mentale. È di fondamentale importanza imparare a condurre un’osservazione attenta in se stessi, in modo da poter riconoscere compiutamente la stanchezza che riguarda il corpo fisico, e quella che interessa invece le componenti emotive e mentali dell’essere. Potremo così utilizzare metodi e accorgimenti specifici per il riposo del corpo, per quello della mente e per quello dell’apparato emotivo.

Appare come un paradosso, ma occorre indagare attentamente ciò che ci prova e ci crea stati di tensione, per riuscire a raggiungere un riposo vero ed efficace. Può essere utile, ad esempio, osservare che la mancanza d’attività produce una sensazione di vuoto, che sconfina presto nella noia, e porta successivamente al sonno; o, al contrario, che un forzato stato di concentrazione senza un vero interesse conduce a scollegare i circuiti mentali, inducendo l’assopimento; oppure, ancora, che la temperatura di un ambiente, il suo grado di umidità, il tipo di illuminazione, i colori delle pareti, nonché la quantità degli oggetti presenti e lo stato d’ordine o disordine in cui si trovano, inducono tensioni e inquietudini che impediscono un vero rilassamento. Possiamo porre attenzione agli odori (è risaputo – e nell’aromaterapia utilizzato ad uso curativo – che ci sono odori che “caricano” e altri che calmano), ai rumori (ritmici, stridenti, caotici, di tono basso), all’influenza delle voci degli altri, a seconda dei vari momenti della giornata. Possiamo osservare se le nostre sensazioni sono abitudinarie, se cioè seguono un orario preciso o se, al contrario, dipendono esclusivamente dagli stimoli esterni, e far caso persino al tipo di materiali presenti nell’ambiente, come legno, metallo, parti in muratura o vetro, tessuti naturali o sintetici.

Per quanto tutto ciò possa essere ricondotto a un’armonia più generale, che potrebbe portare a suggerire degli standard, dobbiamo riconoscere che per ogni individuo le percezioni sono diverse, e variano a seconda delle abitudini e del livello di tensione raggiunta. Per questo l’accuratezza dell’osservazione risulta fondamentale, e può portare a conclusioni del tutto diverse da individuo a individuo. In generale, possiamo comunque invitare a ricondurre le osservazioni entro tipologie che distinguono i vari momenti della giornata secondo le funzioni loro specifiche.

Ad esempio, il momento del lavoro produrrà un tipo di tensioni collegato al genere d’attività svolta, e richiederà un’osservazione specifica che, a sua volta, porterà a scegliere ambienti, luminosità, materiali adatti ad alleviare quel tipo di tensioni. Nello stesso modo, potremo distinguere azioni specifiche per i momenti dedicati ai rapporti familiari, agli spazi che ci concediamo come svago (i cosiddetti momenti ludici, che attraverso il piacere di dedicarci a qualcosa che amiamo, “ricaricano” dall’energia utilizzata per il lavoro, o dispersa negli stati di tensione inconscia e meccanica). In tal modo, potremo anche armonizzare il tempo dedicato all’attività “mondana” e sociale, quello dei momenti di incontro vero con qualcuno – di rapporto – o, ancora, gli spazi di introspezione, in cui l’osservazione è più rivolta all’interno. Ognuno potrà, attraverso l’osservazione degli stati di tensione e delle loro cause, trovare l’antidoto corrispondente, collegato allo stato dell’ambiente o agli oggetti di cui circondarsi, nonché imparare a riconoscere tempi, posizioni, circostanze che inducono uno stato di maggior rilassamento e recupero energetico.

L’atto dell’osservare stesso, presupponendo un distacco dalla parte che “subisce” l’azione di “aggressione” dell’ambiente esterno, produce di per sé uno stato di maggior rilassamento. Si può “percorrere” con l’attenzione mentale il corpo fisico, “ascoltando” tensioni e contratture, e rilasciandole progressivamente: si scopriranno relazioni tra le varie parti del corpo, aree ordinariamente inconsapevoli, che possiamo invece “sentire” e decontrarre, percorsi energetici con variazioni di temperatura e sensibilità (in Oriente, questi “percorsi” sono da millenni conosciuti e studiati come “canali energetici” o “meridiani”, e utilizzati ad esempio per la diagnosi attraverso i “polsi”, poiché ad ogni meridiano corrisponderebbe un organo interno).

Si può, nello stesso modo, osservare lo sviluppo delle emozioni, la rapida evoluzione delle stesse e il modo in cui l’una si trasforma in un’altra; oppure giocare a trasformare emozioni negative in stati di piacere, semplicemente mutando l’approccio e sospendendo il giudizio. Si può anche liberare la mente dal pensiero meccanico (se “ascoltiamo” attentamente i nostri pensieri, possiamo osservare il vagare della mente da un pensiero all’altro, per associazione, senza sosta), sostituendo consciamente l’automatismo con la ripetizione di una frase o di una sequenza di numeri, fino a rendere il processo talmente ridondante, da placarne completamente l’azione; o trovare uno spazio di silenzio, dapprima cercando un punto stabile d’attenzione (come il respiro o il battito cardiaco) e lasciando successivamente “cadere” ogni tecnica, abbandonandosi a una condizione di leggerezza priva di pensieri.

Esistono molti modi per recuperare le energie perse, ma sicuramente, affinché siano governati e utilizzati da noi stessi, è fondamentale imparare ad osservarci, comprendendo quali sono le situazioni e le condizioni che ci conducono ad una maggiore perdita d’energia. Il riposo non è solo un fatto passivo; al contrario, l’attenzione al corpo, alle emozioni e ai pensieri – che implica un certo grado di attività volontaria e cosciente – è uno strumento principe per individuare e trasformare gli innumerevoli stati di tensione.

L’atto dell’osservare stesso, presupponendo un distacco dalla parte che “subisce” l’azione di “aggressione” dell’ambiente esterno, produce di per sé uno stato di maggior rilassamento. Si può “percorrere” con l’attenzione mentale il corpo fisico, “ascoltando” tensioni e contratture, e rilasciandole progressivamente: si scopriranno relazioni tra le varie parti del corpo, aree ordinariamente inconsapevoli, che possiamo invece “sentire” e decontrarre, percorsi energetici con variazioni di temperatura e sensibilità (in Oriente, questi “percorsi” sono da millenni conosciuti e studiati come “canali energetici” o “meridiani”, e utilizzati ad esempio per la diagnosi attraverso i “polsi”, poiché ad ogni meridiano corrisponderebbe un organo interno).