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Discipline formative: approfondamenti sulle discipline trasmesse dall'istituto.


Quante volte ci siamo detti: “Questa scena, questo tramonto sul mare, quegli occhi, me li devo fissare nella mente in modo da non dimenticarli mai!”. Un pensiero comune, un desiderio spontaneo che risponde a un'esigenza che – probabilmente – è per tutti la medesima.

Tante e tante volte, infatti, ognuno di noi ha desiderato raccogliere momenti, situazioni ed eventi della propria esperienza di vita in un prezioso “dossier” da portare con sé. Il condensato di un'esistenza, la sintesi visiva dei momenti più significativi, il “diario” per immagini che possa testimoniare che siamo esistiti ed esistiamo.

Mai come in questi ultimi due secoli la cosa è diventata tanto facile, anche se da migliaia di anni l'uomo, attraverso l'arte figurativa, cerca di rivivere o far conoscere ad altri le sue gioie – ma anche le sue tragedie – quasi a consacrare l'evento stesso attraverso un immagine che gliene stimoli il ricordo, ma anche per sentirsi rappresentato.

In quest'ultimo secolo, la fotografia ha certamente conquistato, a pieno diritto, il primo posto nell'arte di riprodurre ed esprimere quegli istanti della nostra esperienza di vita. Con l'avvento della tecnologia digitale, poi, la fotografia ha aperto ulteriormente le possibilità di espressione, rendendo possibile ormai a tutti – grandi e piccoli fotografi – di poter “scattare” e vedere subito il risultato del loro evento “straordinario”, dando poi successivamente la possibilità, attraverso un comune computer, di immagazzinare e catalogare i momenti che hanno costituito le tappe della propria esperienza esistenziale.

Noi dell' Istituto abbiamo, per così dire, “raccolto” questa semplice constatazione, cercando di collocarla nel suo giusto significato, sia relativamente all'esperienza del “ricordare”, quanto al suo valore di rappresentazione di sé, ovvero ciò a cui l'uomo si ispira da sempre per “trovarsi”, per “sentirsi” – appunto – attraverso la propria immagine.

Crediamo fermamente, proprio per averlo sperimentato, che il prezioso strumento della fotografia possa arricchire e aiutare notevolmente l'individuo, dapprima per studiarsi , per conoscersi , e poi per evolversi nella forma che, attraverso l'osservazione distaccata di se stesso, egli intenda esprimere.

Insomma, prima entrare in contatto con ciò che si è – ciò che si sente all'interno, quella ricchezza di contenuti assolutamente unica che potrebbe essere espressa all'esterno – e poi affrontare il problema di come tradurre questo patrimonio in un'espressione fedele all'origine e comprensibile – nonché utile – agli altri.

Se prendiamo, infatti, in esame il concetto complesso dell'atto di enunciarsi , allora il termine “espressione di sé” assume un valore assoluto. D'altra parte cosa può essere l'espressione di sé se non un libero incontro (e del tutto fluido, senza conflitti) tra ciò che l'individuo sente dentro di sé e ciò che, in realtà, si trova a dover affrontare all'esterno, esprimendo – in un continuo collage – forma, convinzioni, ideali, aspirazioni e bisogni reali?

Di solito, si finisce in uno schema. Nel momento in cui un'essenza – indagata più o meno consapevolmente – cerca un'espressione esterna, finisce per adeguarsi a modelli preconfezionati, disponibili nell'organizzazione sociale del momento e conformi alle sue regole.
Noi non abbiamo mai creduto che basti rifarsi a degli schemi per “trovarsi” ed apparire armonici . Siamo invece convinti dell'esatto contrario.

In qualsiasi analisi seria dobbiamo necessariamente partire da un'attenta osservazione di tutto ciò che ci riguarda a partire dal nostro corpo che, proprio come un abaco, ci educa all' osservazione fino a svelarci ogni più piccola e recondita disarmonia e ci permette, giorno dopo giorno, di “risalire la china” fino al momento più alto di percezione del nostro vero sentire.

In questo complesso processo di indagine, lo strumento della fotografia si rivela “perfetto” proprio per il suo contributo specifico di “testimonianza”, capace di restituirci uno spaccato di noi visti da fuori ma, allo stesso tempo, inseriti nel contesto in cui viviamo.

Questo ci permette di guardare i nostri finti “personaggi”, le nostre pose, e di riconoscere tutte quelle meccaniche che si sono instaurate nel corso della nostra vita.

Entrando poi ancora di più e a fondo nella tecnica fotografica, incontriamo alcuni “concetti chiave” quali l' inquadratura , cioè la capacità di descrivere gli istanti – i “momenti” dell'esperienza – attraverso una vista minuta e ben definita dai margini del campo visivo o, meglio, enfatizzata da quella “porzione” che ci è consentita dai limiti dell'obbiettivo.

Risulta evidente l'analogia con la capacità di sintesi richiesta in molti campi lavorativi e di responsabilità. Avere la capacità di “inquadrare” un contesto; di collocare, in qualsiasi settore, un problema, un concetto, un'idea; saperlo riconoscere tra migliaia e determinarne l'influenza nel quadro complessivo, ma, al tempo stesso, “estrinsecarlo” e renderlo compiuto in sé… Avere la capacità di fare tutto ciò è di estrema importanza, anche perché spesso questo permette di formulare, per esempio, strategie specifiche senza lasciarsi “colorare” dal contesto.

Un giorno un grande fotografo ha detto che, in realtà, il suo lavoro consisteva nel “disegnare con la luce”.

Giusto! Ma vorremmo aggiungere anche – e soprattutto – “attraverso” la luce, e con ciò ci riferiamo al processo del “dare forma”, che attraverso la sua riflessione di luce si rende vivo e nuovo ogni volta, in armonia con tutto ciò che incontra.

Comprendere che solo ciò che si illumina diventa creativo , solo quello che viene “portato alla luce” prende forma e assume nello spazio una sua unica e irripetibile vibrazione, riteniamo sia estremamente importante.

Acquisire – anzi esprimere – i contenuti di forma , vibrazione e colore in un concetto armonico ci rende migliori, più fluidi, sulla stessa lunghezza d'onda di quel principio che chiamiamo esistenza ; ci porta in alto e ci rende aperti, appagati e felici.

Proprio perché la felicità è quella condizione estremamente aerea che quando ci accarezza ci illumina , appunto.

Saper “guardare” significa voler vedere in ogni istante tutto quello che esiste e amarlo.

Forse per ricordarci di essere, non per credere di essere ma, sopra ogni cosa, per sapere di essere.

Walter Ferrero

Comprendere che solo ciò che si illumina diventa creativo , solo quello che viene “portato alla luce” prende forma e assume nello spazio una sua unica e irripetibile vibrazione, riteniamo sia estremamente importante.

Acquisire – anzi esprimere – i contenuti di forma , vibrazione e colore in un concetto armonico ci rende migliori, più fluidi, sulla stessa lunghezza d'onda di quel principio che chiamiamo esistenza ; ci porta in alto e ci rende aperti, appagati e felici.

Proprio perché la felicità è quella condizione estremamente aerea che quando ci accarezza ci illumina , appunto.

Saper “guardare” significa voler vedere in ogni istante tutto quello che esiste e amarlo.