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Filosofia e spiritualità: articoli di approfondimento.La meditazione accompagna l’uomo fin dalla sua comparsa sulla terra. Sappiamo del ritrovamento di un antichissimo manufatto di una piramide sgrossata in forma umana: un meditante, seduto nella posizione classica. Tuttavia, aldilà dei riferimenti archeologici, i testi più antichi che la storia umana possa ricordare (i Veda, messi per iscritto 4000 anni fa, ma frutto di una tradizione orale assai più antica) citano la meditazione come pratica fondamentale per mettersi in rapporto con la divinità. Sgombriamo subito il campo da alcuni preconcetti e luoghi comuni. Innanzitutto la meditazione non è una preghiera, per lo meno nel senso di recitazione di invocazioni come la intendiamo noi oggi. Quando nei Veda si cita il termine, lo si intende nel senso del potere evocativo con cui l’uomo si trasferisce nella dimensione della trascendenza e si equipara alla divinità. La preghiera vedica, infatti, non è una semplice ripetizione di parole, un incantesimo o un’orazione, ma piuttosto un processo, che implica stadi progressivi di assorbimento profondo, richiede una purificazione di tutto l’essere, e culmina infine in un’illuminante elevazione. Ci troviamo dunque già nel campo della meditazione. In secondo luogo, la meditazione non è uno stato di riflessione su concetti astratti, per quanto elevati. Quando, nella tradizione cristiana, per esempio, si utilizza il termine “meditazione”, lo si intende proprio come riflessione, l’attività della mente pensante, concentrata su un’idea o un problema teologico o metafisico. La vera meditazione, in realtà, è esattamente l’opposto, ovvero l’interruzione dell’attività mentale, sia essa meccanica o consapevole. Un arresto del pensiero, uno stato di vuoto che permetta di accedere a uno “spazio diverso”. Infine, la meditazione non è neppure assimilabile a un concetto di contemplazione. In questo caso, infatti – come nella tradizione sufi, ma anche nel misticismo cristiano – si accede a uno stato interiore indubbiamente vasto, tanto grande e fuso con un principio spirituale da indurre il praticante a identificarsi in esso. Ma si tratta ancora di uno stato emotivo, indubbiamente assai dilatato e quasi spersonalizzato, che contiene tuttavia ancora forme di ego separato. Dal punto di vista della storia dell’uomo, quello che noi sappiamo della meditazione ci proviene dalle antichissime tradizioni collegate alla conoscenza vedantina (Veda e Upanisad indiane), a quella persiana degli insegnamenti di Zoroastro, e a quella della visione tantrica, proveniente anch’essa dall’India antica. Tali conoscenze si sono talvolta fuse tra loro, così come altre volte l’una ha attinto dall’altra. Inoltre, essendo la meditazione un’esperienza esistenziale, che richiede una sperimentazione diretta, risulta difficilmente “spiegabile”. Così, ogni individuo che nei millenni ne ha sperimentato lo stato, o non si è curato di trasmetterlo ad altri, limitandosi a viverlo, o ne ha tratto un’espressione particolare, in grado di essere compresa a diversi livelli. È questo il caso del Buddha storico, Siddharta Gotama, che ne ha ricavato una visione estremamente raffinata – anche molto “tecnica” e analitica, per certi versi – che è andata a costituire le fondamenta di quella che è oggi una religione assai diffusa come il buddhismo. È molto difficile spiegare in parole cosa sia la meditazione: essa è uno stato dell’essere che, più che descritto, va sperimentato. Ciò che può essere espresso, semmai, è il “come” arrivarci, ciò che è la descrizione delle tecniche, vale a dire gli strumenti per accedere a quello stato esperienziale. Crediamo sia esperienza comune l’aver vissuto momenti in uno scenario naturale, davanti ad un tramonto, ad una notte limpida di luna, ad un mare calmo che “respira”, o una catena di monti immota e silenziosa. Non è forse stato facile provare una condizione di calma, una rarefazione dei pensieri e delle preoccupazioni, uno stato più armonico, di piacere e benessere, in cui tutto si placa? Non è forse avvenuto “naturalmente”? Ebbene, ciò si verifica perché la natura è armonia e perfezione di per se stessa e anche noi, quando siamo vicini alla perfezione, stiamo bene, ci sentiamo rasserenati, più quieti e distesi. Anche il nostro corpo, per sua natura, fa parte di questa perfezione. Fin dall’origine, esso è un elemento ordinato secondo le leggi dell’armonia universale, perfetto nelle sue proporzioni, nei suoi processi vitali e nella sua originalità all’interno della propria appartenenza di specie. È come una rosa, un organismo vivente, o un ecosistema più complesso. Respira come il mare, il vento tra gli alberi, o l’alternanza tra il giorno e la notte… Per poter stabilire uno stato di benessere e armonia in qualunque contesto, occorre quindi che la nostra mente sia collegata al corpo, che è espressione dell’armonia naturale. Bisogna partire dal corpo, accordarsi al suo ritmo naturale, ascoltarlo e lasciarlo libero di esprimersi. Ciò è possibile attraverso una tecnica, una disciplina (intesa non come elemento coercitivo, ma come educazione ad un lavoro ordinato e voluto) che ci permetta di osservare senza interferire, di imparare – senza astrarre – a riconoscere ciò che già naturalmente “è”. La tecnica non è che questo: il modo per rendere consapevole un processo che è già armonico di per sé, senza dover andare a cercare spiegazioni altrove. Ciò che collega mente e corpo è il respiro. Non il respiro meccanico al quale siamo abituati, e del quale non ci rendiamo conto, ma quello “consapevole”, in cui la mente è costantemente, attimo dopo attimo, conscia di ciò che sta facendo – cosciente, cioè, del fatto che sta “respirando”. Il nostro respiro scorre lento, agitato, convulso, profondo, leggero, corto, senza che noi – dall’interno – si faccia qualcosa per intervenire o che, semplicemente, lo si “ascolti” e poi, raggiunta una certa confidenza, lo si “interroghi”. È impressionante: senza il respiro possiamo resistere solo pochi minuti, e poi la nostra vita – il bene più prezioso che abbiamo – si ferma. Eppure, tendiamo a dare molta più importanza al cibo, all’abbigliamento, al piacersi, al piacere agli altri... L’influenza del respiro su ogni individuo è grande, poiché, da solo, il respiro influenza tutto, dentro di noi: a partire da ciò che sentiamo, a cosa pensiamo, a come ragioniamo, fino a quello che temiamo, quanto gioiamo o quanto soffriamo… Tutto è in stretta relazione con il nostro, caro respiro. E noi, di fatto, respiriamo superficialmente, attraverso un’azione meccanica inconscia che non si serve appieno dello strumento che abbiamo a disposizione. Respiriamo perlopiù con gli apici polmonari, senza utilizzare il diaframma (costantemente bloccato dalle tensioni), i muscoli intercostali e l’addome, come si dovrebbe. Ordinariamente, sfruttiamo meno di un settimo della nostra capacità polmonare, impoverendo così il nostro corpo (e anche le funzioni emotive e mentali) di prezioso “carburante”. Il respiro, infatti, è la “benzina” per il funzionamento del corpo e della mente. Abbiamo già visto con precisione quanto questo combustibile sia costituito anche di energia “immateriale”, tuttavia, anche ragionando in puri termini fisici (la possibilità di inalare ossigeno, per intenderci) respirando bene e in maniera più completa otteniamo sostanzialmente due cose: ossigeniamo meglio il cervello e rilassiamo il corpo, disperdendo meno attraverso tensioni, ansie e paure, vere e proprie “falle” del sistema. Aumentiamo cioè le nostre riserve energetiche senza sprecarle. Sedersi e respirare consapevolmente è il vero inizio del vivere. È ciò che avvicina alla possibilità di osservare la nostra vera natura, svincolati da ciò che crediamo – o ci hanno indotto a credere – di noi stessi. Un’esperienza reale, insomma, e non una proiezione mentale. Il respiro è dunque il punto di partenza. Subito, però, occorre confrontarsi con un’altra difficoltà: l’immobilità del corpo. Più precisamente, il “non fare”, il “lasciar cadere”, il “lasciar andare”. Non è semplice come sembra. Finché si tratta di “sentire” – e l’osservazione consapevole del respiro serve proprio a questo – è sufficiente rimanere attenti e ascoltare. Ma il concetto del “non fare” va oltre, e presuppone qualità e intenzioni assai complesse. Nulla di ciò che entra a far parte della nostra esperienza viene veramente percepito come una semplice parte del tutto. Anzi, noi tendiamo a interpretarlo, a denominarlo, a farlo entrare in uno schema conoscitivo, fino ad eleggerlo come universo a sé, autogenerante luce propria. Ma così facendo limitiamo l’esperienza, ne “tratteniamo” solo la parte immediatamente percepita, perdendoci tutto il resto. In questo modo la realtà – quella realtà che si snoda ininterrottamente nel tempo, piena di sfaccettature – ci sfugge completamente. Come se, immersi in un ambiente naturale, ci perdessimo a guardare un fiore, ignorando che, nello stesso istante, intorno a noi scorrono le nubi nel cielo, l’aria ci sferza la pelle, migliaia di esseri viventi volano, strisciano, corrono e respirano, acque scorrono dietro e sotto di noi, mentre altri fiori si aprono a milioni sotto il sole che scalda e nutre. Della realtà vediamo solo una modesta porzione: quella illuminata dalla nostra mente; certo la più bella, in quanto vivificata dalla nostra esistenza, ma comunque una parte, non il tutto. Vediamo solo ciò che conteniamo, solo ciò che – appunto – “tratteniamo”. E crediamo che la realtà sia solo questo. L’immobilità è la “resistenza” a questo tipo di movimento. Un moto che è proprio del pensiero, e si trasferisce nell’azione, nei gesti e negli atteggiamenti del corpo. Immobilizzare il corpo equivale a paralizzare questa mente irrequieta, che tende a congelare il divenire in idee e concetti statici, già morti nel momento in cui vengono formulati. L’immobilità conduce, quindi, a non più “contenere”, non più “trattenere”, ma a lasciar fluire consapevolmente il più limpido dei fiumi: la nostra vita. A questo punto, attraverso la tecnica (il respiro, il rilassamento e la corretta posizione nella più totale immobilità) siamo dunque arrivati a calmare i pensieri caotici, ottenendo la condizione di una mente più calma, con un solo “pensiero”: quello di osservare ciò che sta avvenendo. Non si tratta di un vero e proprio pensiero, ma piuttosto di una sorta di intento, un’intenzione che occupa totalmente il nostro spazio mentale. Abbiamo così raggiunto lo stato della concentrazione, vera “anticamera” alla meditazione propriamente detta. La concentrazione ci consente di essere più forti e determinati; ci dà lucidità e “potere” (di fare, di decidere, di comprendere, ecc.); ci dà più autorità in noi stessi. La mente che osserva è ora principe su tutto il resto e ha finalmente l’energia “pulita” e sufficiente per… andare oltre. Le tecniche, infatti, portano alla concentrazione, non alla meditazione. Ma, solo una mente così concentrata – “retta concentrazione” la definiva il Buddha nell’Ottuplice Sentiero – è in grado di raggiungere lo stadio del “pensiero senza pensiero”, quella “mente - non mente” citata negli insegnamenti più antichi. Per questo, la tecnica non serve più. Occorre un “salto” d’altro genere, una realizzazione che richiede tempo e pratica costante, e che può avvenire solo all’interno di una mente perfettamente stabile nello stato di concentrazione. In questo stato, infatti, la mente è in grado di osservare quanto essa stessa sia la principale “guardiana” di una libera espressione di sé. Come se esistesse una funzione di “censura”, prodotta da anni di rinuncia, giudizi, autocommiserazioni, paure e sensi di colpa. Una parte che “non ama” il fluire libero dei contenuti mentali e li inibisce alla fonte, giudicandoli secondo parametri e paradigmi assolutamente antitetici a una vera libertà. Occorre dunque un lungo percorso di purificazione emotiva e di depurazione da quei processi inibenti; una vera e propria educazione alla possibilità di “assumersi delle vere libertà”. Un’apertura alla possibilità di “volare” con la mente, emanciparsi, spaziare nella piena libertà di vivere il pensiero così come si manifesta, per giungere ad amare e desiderare in modo totale, senza freni o inibizioni di alcun genere. È un percorso che passa più attraverso il cuore che non il pensiero, lasciando sempre più la mente – lucida e calma – libera di considerare ciò che si presenta, così com’è. Un’autentica liberazione, insomma: un abbandono totale alla pienezza del proprio ritmo, del proprio sentire, del proprio intimo respiro, finalmente liberi di partecipare – ma questa volta dall’interno – al processo in atto del pensiero. In questo modo, è possibile giungere a “vedere” come avviene la nascita e lo sviluppo del pensiero medesimo; osservare finalmente come dai nostri sensi la percezione si tramuti in emozione e come, dall’emozione, scaturisca il pensiero stesso, sotto forma di considerazione schematica, riduttiva e limitata, del percepito. In una parola, quel riflesso condizionato che ordinariamente si enuncia sullo schermo della nostra mente e noi chiamiamo “pensiero”. Si tratta di un momento magico: l’atto stesso dell’osservare si trasforma in “osservatore”, enunciando l’esistenza di una sorta di principio austero, in noi, che vigila silenziosamente sul processo; un’entità calma e compassionevole, che si ridesta e veglia dall’interno, avvolgendo il pensiero, quasi per proteggerlo, permettendogli infine di elevarsi al rango di intelletto libero e creativo, svincolato da qualsiasi forma o visione concettuale, unico testimone dell’ineluttabile presenza dell’essere. Walter Ferrero
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