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Filosofia e spiritualità: articoli di approfondimento.


È un uomo solo, quello che percorre le foreste e i deserti dell’alba dei tempi. Un uomo circondato da una natura terribile, che lo sovrasta e lo terrorizza di continuo.

Egli è profondamente solo: solo con le sue paure, solo con i suoi dubbi, solo con le sue domande.

Egli non sa neppure chi è, non sa perché è lì a subire tutto quello, e non sa neanche dove andrà a finire, alla fine di tutto.

Deve solo sopravvivere, puntando all’alba del giorno dopo, quando potrà dire a se stesso di aver superato un’altra notte di paura.

Quell’uomo non ha nient’altro che un cielo sopra la testa; un cielo in cui splende un sole caldo, “solo” anch’esso, proprio come lui.

Un sole che, per dare la vita, consuma se stesso.

Alzando gli occhi al cielo, quell’uomo prova un senso di sollievo, come se là, in strani luoghi nascosti dalle nubi, abitasse il padre che egli non ha mai conosciuto. Come se là, nell’azzurro più profondo, egli sentisse di poter tornare a casa.

L’uomo leva le braccia, cade in ginocchio, e lancia un’invocazione.
È un grido di dolore, una domanda muta e, nello stesso tempo,  una richiesta e una dichiarazione.

È tutte queste cose insieme, lanciate nello spazio dell’esistenza di quell’uomo: la sua prima preghiera.

 

Rimettere a Dio

È stato detto che veniamo al mondo da soli e che altrettanto soli lo lasceremo.

Niente di più vero: questo venire e andarcene da soli è l’unica certezza su cui possiamo contare.

Così come è altrettanto certo che questa solitudine ci accompagna per tutta la vita.

Non è cambiato molto dall’epoca remota in cui l’uomo muoveva i suoi primi passi sul pianeta: certo, per vincere le paure ataviche abbiamo costruito sistemi sicuri e società organizzate, e abbiamo composto intere filosofie per dare risposta alle nostre domande.

Eppure molte paure rimangono, e altrettante domande.

Oggi, l’uomo è solo come allora, e ancora si domanda cosa ci fa al mondo, qual è il senso del suo essere qui, e dove andrà a finire dopo questa vita.

L’esistenza lo minaccia ed egli cerca un rifugio, una protezione da quel senso di precarietà della vita.

Quella precarietà di cui la parola “preghiera” custodisce il ricordo nella sua stessa etimologia e la cui radice – per l’uomo di ieri come di oggi – è connessa all’angoscia di fronte alla morte, all’insicurezza di chi sa di non avere in sé il proprio inizio e di non poter padroneggiare il proprio destino.

Tutto questo, per l’uomo, è un peso troppo grande: la vita gli si presenta come un muro invalicalibile fatto di solitudine e impossibilità di comprendere alcunché. Ed ecco allora il grido, l’invocazione, l’istinto di quell’uomo che – ieri come oggi – leva gli occhi al cielo e, per prima cosa, sente il bisogno di “rimettere” quel peso nelle mani di un’entità che lo trascenda; di quell’uomo che sente il bisogno di deporre, di depositare, per un istante, il fardello di tutte le insicurezze, le paure, le sofferenze e le ingiustizie patite.

È – questo – il primo senso della preghiera: la ricerca di un sollevamento, di un momento di pausa,di un alleggerimento da un gravame che sembra non avere senso.

La nascita, la sofferenza, la malattia, l’ingiustizia, la morte, tutto ciò che appesantisce l’esistenza dell’uomo viene deposto, attraverso un’invocazione, ai piedi di un’autorità più grande, in grado di giustificarne il senso ed alleviarne il peso.

L’uomo rimette al divino il peso della sua sofferenza e, così facendo, la sua ansia si placa e la sua paura viene meno.

Per la prima volta, egli si sente finalmente tranquillo e può chiudere quietamente gli occhi, rilassato e in completo abbandono tra le braccia del Padre.


Il contatto

È veramente incredibile come il processo così intimamente umano che conduce alla preghiera sia rimasto del tutto immutato malgrado il passare dei secoli e dei millenni: ancora oggi l’uomo coglie istintivamente l’immanenza per rivolgersi verso una trascendenza causante; ancora oggi, come ieri, egli sente l’esigenza di comunicare, di stabilire un contatto con la sua stessa fonte, con la sua origine, con quell’entità trascendente cui sono stati dati mille nomi, ma che, in ultima analisi, risponde al concetto di “Dio”.

Persino quando afferma che “Dio non esiste” l’uomo ne testimonia – in realtà – l’esistenza, perlomeno come termine di contrapposizione. Perché, d’altra parte, darsi tanta pena nell’affermare l’assoluta non esistenza di Dio? Una verità non è forse tale quando può essere affermato il suo contrario?

È veramente incredibile quanta energia venga spesa per dimostrare che ciò che non esisterebbe, non esiste davvero! Ordinariamente, nessuno si impegna tanto a negare l’esistenza di ciò che, palesemente, egli vede come inesistente. Sembra che il fervore messo in gioco sul tema dell’esistenza di Dio sia particolarmente acceso: in nessun altro ambito ci sembra di poter osservare cotanta caparbietà nell’affermare l’inaffermabile, non potendo – peraltro – neppure dimostrare l’indimostrabile!

Nello stesso modo, ci sembra che anche quando l’uomo parla di Dio al negativo – o lo bestemmia – egli non fa che esprimere un disperato tentativo di comunicazione con ciò che – volente o nolente – sente come punto di riferimento: sia esso percepito come padre, madre, figlio, volontà che regge tutte le cose o, anche, come un unico principio che riassume tutte queste forme.


Un modo di pregare

L’uomo dunque sente il “bisogno di pregare” e lo fa istintivamente da migliaia di anni per alleviare il peso troppo grave del suo vivere, rimettendolo umilmente nelle mani di “Chi conosce il perché di ogni cosa”.

Nel corso del tempo, grandi esseri hanno attraversato la storia dell’umanità, umili servitori di una verità a lungo cercata.

Ciascuno di essi, nel proprio cammino, ha sperimentato, imparato e compreso.

Ciascuno di essi ha lasciato la propria esperienza, ha trasmesso una modalità, un’interpretazione, collegata al tempo e al luogo del proprio passaggio.

Zoroastro, Rama, Toth, Krishna, Elia, Ermete, Mosè, Orfeo, Pitagora, Lao-Tze, Platone, Buddha, Gesù, Maometto, Confucio e molti altri cercatori e maestri del vero hanno lasciato un modo – un sentiero – per giungere all’unica Verità.

E tutti loro hanno insegnato un modo di pregare.

Così, nel tempo, l’atto del pregare ha acquistato in sfumature: ha avuto cioè un’evoluzione “culturale”, acquisendo il colore e la passione di tanti cuori che, nei millenni, l’avevano praticato con verità e sincerità.
E per ogni domanda che il cuore di un uomo potesse contenere avevano donato una preghiera speciale.


La preghiera come richiesta

Eppure, benché, nei millenni, l’atto del pregare si sia di gran lunga evoluto e via via reso più sofisticato, più “tecnico”, rimane ancora qualcosa di strano, di inspiegato…

Quando prega, l’uomo – certo – si alleggerisce, chiede di essere sollevato dai pesi della vita, ma nel contempo egli aggiunge altre richieste al divino: domande semplici o articolate, raccomandazioni per sé o per i propri cari, richieste d’aiuto e di conforto.

Tuttavia, in migliaia di anni passati a interpellare il divino – pregando sottovoce, o mentalmente, o anche urlando, da solo, in un deserto – l’uomo non ha potuto ascoltare che l’eco delle sue stesse richieste: perché Dio – oggi come migliaia di anni fa – non gli risponde!

Dio non gli ha mai risposto.

Ciononostante, l’uomo continua da sempre a pregare.

È evidente che egli non prega perché ciò fa piacere a Dio, ma piuttosto perché l’atto del pregare migliora lui stesso.

Dio, infatti, non ha bisogno delle preghiere umane: un essere infinito e intero in se stesso non può limitarsi nella finitezza di una parte di sé che lo invoca. È l’uomo, al contrario, che ha bisogno di “sentire” Dio attraverso le proprie preghiere. La sua stessa invocazione definisce e dà forma a ciò che forma non ha e permette di “accordarsi” nella percezione finita e conoscibile di un’essenza altrimenti infinita e inconoscibile.

 

Lo spazio del cuore

“Sentire Dio” grazie alla preghiera, entrare in contatto con la propria origine, con la radice stessa dell’esistenza, così da poterla “toccare” almeno con il cuore, se non con la ragione.

È infatti il cuore la sede ultima dell’atto del pregare: e dai mistici apprendiamo come “ragione” e “cuore” debbano essere tenuti a lungo separati e distanti, prima che il cuore possa assoggettare la ragione.

Il mistico lo sa bene: egli è l’esploratore ultimo della preghiera, egli è il dotto, il sapiente, colui che nelle terre di confine si è spinto più lontano, colui a cui occorre guardare quando emerge quella profonda esigenza di contatto con il divino che è la preghiera.

Eppure, quando quel “bisogno di preghiera” emerge, a volte, ci sorprende. È una sorta di richiamo “interno”, uno spazio nuovo che si apre, che porta rapidamente in uno stato di raccoglimento.

Allora – pian piano, ma inesorabilmente – succede che noi sospendiamo l’azione, sediamo appartati in silenzio e, rivolgendo l’ascolto all’interno, diamo libero spazio al nostro interiore, ed ecco che, magicamente, entriamo in un altro tempo o, per meglio dire, accediamo a uno spazio che è in noi,che c’è sempre stato, ma che ora, in questo momento, si palesa, si accende.

Succede che si innesca “qualcosa” che assume il colore della commozione. La mente “scivola” indietro, come se non riuscisse più a tenere il passo con ciò che sta avvenendo.

Il respiro si blocca, e lì – proprio lì – in un piccolo punto, nasce e si sviluppa quel profondo mistero che forse più di ogni altro andrebbe indagato.

Come una piccola luce, simile a una fiammella, si accende e prende vita il nostro contatto con l’immensità dell’universo.

Sì! Proprio così, e tutto questo accade in noi, che siamo l’infinitesimamente piccolo!

Dall’infinito al finito, questo contatto prende forma e tutto magicamente si calma, tutto, al di fuori, perde di importanza e dal nostro cuore si riversa un “sentire” dolce e amaro allo stesso tempo. Un grato calore emana e avvolge ogni cosa, immoto come la notte sul lago. Nel tempo che scorre, tutto rimane immobile, come nella fievole luce dei ricordi d’infanzia.

Poi, finalmente, qualcosa ci parla, e quel suono ci dona calore, come l’abbraccio di una madre, come il suo respiro, accanto e dentro di noi.


Dio a testimone della propria esistenza

Possiamo osservare nell’uomo un’esigenza profonda di comunicare, di entrare in contatto con quell’energia che egli percepisce come sua origine: un’esigenza che tutti noi – uomini e donne – sentiamo di dover esternare in termini di azione.

La preghiera è quest’azione, che si manifesta come una profonda necessità, un “sentire interno” che – come abbiamo già visto – preme: dapprima per produrre un alleggerimento – anche se perlopiù inconscio – nel depositare davanti a Dio il fardello della propria esistenza; e poi, in un secondo momento, per far emergere spontaneamente una richiesta d’aiuto rimasta nei millenni ancora così ingenuamente umana, benché il pensiero si sia evoluto in complessità e raffinatezza: le richieste al divino di duemila anni fa, infatti, sono ancora le stesse identiche di oggi!

Ma perché mai – attraverso la preghiera – dovremmo continuare a domandare se non abbiamo né esperienza, né alcuna memoria di una qualunque risposta di Dio, Colui che – a parte sofisticate elucubrazioni intellettuali e manieristiche – viene definito dai nostri più saggi mistici e pensatori come l’Inconoscibile, l’Incommensurabile, l’Indescrivibile?

La risposta va cercata nell’atteggiamento dell’uomo che prega, nella richiesta inconscia che sottende l’atto stesso della preghiera: una volta infatti depositato il fardello ai piedi del divino – e aver vissuto, per effetto delle aperture interiori prodotte dall’invocazione stessa, il momentaneo alleggerimento – ecco che sgorga dal cuore la richiesta che, prima fra tutte, ha spinto l’uomo fin dalle origini della sua esistenza: «Ascoltami, e per un istante, ti prego, guardami!». Come dire: «Ti prego, mio Dio, considerami! Testimonia che in me, così infinitamente piccolo, possa esistere la Verità e certifica, quindi, la mia esistenza!».

L’uomo, prima ancora che una grazia o un favore, chiede un attimo di considerazione personale, un riconoscimento – sia pur fugace – della propria individualità; e questo non per poter credere all’esistenza di Dio, ma per essere sicuro della propria stessa esistenza.

Crediamo d’altronde che il dubbio del proprio stesso esistere accompagni l’uomo fin dalle sue origini: il confronto con la natura, il lavoro, il rapporto con gli altri uomini e le forti emozioni che egli continuamente cerca non hanno altro senso che quello del doversi “sentire”, la necessità di definirsi rispetto a qualcosa di esterno a sé.
Ma tutto ciò non basta: in realtà l’uomo esiste – può esistere – soltanto in relazione al suo creatore: «Se Tu che mi hai creato, che hai fatto tutto ciò che esiste, guardi a me – anche per un solo attimo – allora vuol dire che esisto davvero, che sono un punto individuato e individuabile dal resto…».

In questa invocazione troviamo il seme, la cellula primeva della preghiera, una sorta di antico codice lasciato su questo pianeta da chissà chi.

L’uomo anela allo sguardo del Padre, così come un bimbo richiede attenzione.

Quell’occhiata, quell’attimo di contatto è tutto per lui, e per questo egli è disposto a pregare per l’intera sua esistenza.

 

La preghiera come ascolto di sé

La preghiera costituisce il punto di contatto nell’interazione tra materia e spirito: essa è la richiesta al divino, che si fa portatrice dell’umana sofferenza, essendo la sofferenza stessa prodotta dal distacco dalla Verità: come dire che la distanza da Dio, la separazione da esso, diviene così insopportabile da trasformarsi in “richiesta di vicinanza”, ovvero in preghiera.

Abbandonato a se stesso, dinanzi alla sua fonte, l’uomo si sente autorizzato a richiedere qualsiasi cosa, anche la più banale, poiché nella totale atemporalità di quella comunicazione non vi è affatto ragione, né alcuna logica, ma soltanto “sentire”.

È l’esigenza stessa di esternare che forma il nostro “interiore”, perché noi parliamo a noi stessi.

Nel fare questo, ascoltiamo una voce dentro di noi, che pian piano si fa strada all’interno, che sovrastà il rumore e ci educa a una comprensione.

La preghiera serve a noi stessi, perché ci fa crescere. Essa è una scuola dell’interiore che porta verso l’esteriore.

È un’esigenza che ci porta a “parlare”, ad esprimere la verità di noi stessi e nel contempo ci educa, anche ad ascoltare.

La preghiera, insomma, apre uno spazio interiore d’indagine in cui trovano posto “espressione” ed “ascolto”, come termini coesistenti di un’unica azione, proveniente dall’uomo e per l’uomo. «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni», faceva dire Shakespeare a Prospero, e in realtà, l’uomo vive veramente il timore di un’inganno, quasi che svegliandosi, ogni mattina, dovesse accertarsi di essere ancora lo stesso del giorno prima.

L’uomo – lo abbiamo visto – vive innanzitutto l’esigenza di sapere che esiste; ma, una volta che si è “percepito”, e ha constatato la propria esistenza, allora egli si trova pure in grado di ascoltarsi.

Una volta accesa la fiamma, si innesta la facoltà dell’ascolto e qualcosa, dall’interno dell’individuo, comincia a modificare ciò che sta all’esterno.

È a questo punto, allora, che il cuore – come ci insegnano i mistici – prende il sopravvento e trascende l’umano sentire, portando all’esperienza umana una qualità “spirituale”.

Perché il trascendente è il “ponte”, il vero punto di contatto tra l’umano sentimento e lo spirito.

È, cioè, un “io” che si evolve, che si autoesprime, che si enuncia, che si apre, e che sa ricevere contemporaneamente – dall’interno e dall’esterno – l’armonia dell’universo.

 

Oltre l’esperienza del sentire

Un io armonizzato e autoespresso è una grande benedizione, e costituisce un’esperienza preziosa anche per gli altri, per tutti coloro che entrano in contatto con l’individuo che si è enunciato.

Tuttavia per lui, l’esperienza va bene fino a un certo punto; poi diventa anch’essa sterile, come se “non bastasse” ancora… E il bisogno torna a “premere” quasi a richiedere un altro passaggio, un altro “punto di contatto”, ancor più rarefatto del precedente, ancor più nell’ultrasensibile.

Ora l’individuo sente di esistere, non ha più alcun dubbio, e proprio per questo egli riesce anche a vedere, a cogliere con chiarezza la sua “inconsistenza”, il suo non essere nulla rispetto all’ignoto, rispetto a Dio, appunto.

Così, in lui, sorge l’esigenza profonda di una disciplina che lo educhi alla trascendenza e che lo possa condurre alla comprensione della Verità, dall’interno verso l’esterno. In questo momento – in questo istante benedetto – proprio attraverso la sofferenza data dalla percezione della distanza incolmabile dal Padre, si accende la fiamma del desiderio.

Solo ora possiamo dire di assistere alla nascita della vera preghiera, cioè di una disciplina ascetica fatta di conoscenza realizzativa, che porterà l’individuo a una crescita, non più come essere isolato, ma nell’unità col Padre.

Ora non è più il bisogno a spingere l’uomo verso la ricerca di Dio, ma il fuoco del desiderio, e cioè la somma dei bisogni, lo porterà inevitabilmente al silenzio della sua inseparabile mente; in quell’incommensurabile spazio egli potrà guardare tutta la sua umanità, le sue piccole paure, messe in atto dalla piccola mente, egli esaminerà tutti gli inutili ed effimeri bisogni ed infine giungerà alla comprensione della loro illusorietà, toccando in profondità l’inevitabile distacco dal limite: dalla somma delle imperfezioni si può quindi cogliere la perfezione. Il desiderio che è uno con la cosa desiderata, non si può quindi definire passione, ma bensì com-passione.

Il desiderio conduce al distacco, allo spazio che c’è tra il vivere l’esperienza e il sentirla intimamente.

È la mano che si ferma prima di accarezzare la rosa, nella sua espressione piu pura che lo zen ha saputo elevare nell’antica arte dello zan-shin, il pensiero nel non pensiero, la coscienza di ischyrio.
Quando ciò accade dopo lunga sofferenza si sperimenta la luce di un esplosione esperienza che alcuni poeti e mistici Zen hanno definito “il sole nella pioggia”. Allora, chi può dire sin dove sia giunto l’uomo, e dove si sia fermato il divino?

“Il bianco candore della neve che cade illumina tutto il tempo di chi guarda e ascolta”.

Con questo semplice Haiku ci accingiamo a terminare questa nostra libera analisi di uno dei momenti più significativi della crescita di un uomo in seno alla sua esistenza: la preghiera.

 

Epilogo

In questo tempo così tormentato, con trasformazioni così grandi e veloci, tempo in cui le lacerazioni sociali sono più evidenti, sarebbe auspicabile una maggior comprensione di questa grande possibilità che l’uomo si è guadagnato nel tempo!

La preghiera non è l’unica risposta, ma è certamente un modo per riportare al centro il problema dell’uomo e delle sue paure, della sua solitudine, delle sue domande ancora inevase.

Walter Ferrero

È molto difficile spiegare in parole cosa sia la meditazione: essa è uno stato dell’essere che, più che descritto, va sperimentato. Ciò che può essere espresso, semmai, è il “come” arrivarci, ciò che è la descrizione delle tecniche, vale a dire gli strumenti per accedere a quello stato esperienziale.
Come si fa, dunque, a “fermare la mente”? Come è possibile accedere a uno stato di “silenzio mentale” che sembra essere l’esatta negazione della natura stessa della mente, sempre in movimento? Come si inibisce la spinta all’azione, al “monologo interiore”, quel flusso meccanico di pensieri che si affollano continuamente senza soluzione di continuità?

Crediamo sia esperienza comune l’aver vissuto momenti in uno scenario naturale, davanti ad un tramonto, ad una notte limpida di luna, ad un mare calmo che “respira”, o una catena di monti immota e silenziosa. Non è forse stato facile provare una condizione di calma, una rarefazione dei pensieri e delle preoccupazioni, uno stato più armonico, di piacere e benessere, in cui tutto si placa? Non è forse avvenuto “naturalmente”?

Ebbene, ciò si verifica perché la natura è armonia e perfezione di per se stessa e anche noi, quando siamo vicini alla perfezione, stiamo bene, ci sentiamo rasserenati, più quieti e distesi.