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Vita e società: articoli di approfondimento su aspetti del nostro quotidiano.


Il passato umano è costellato di barbarie inaudite. L'uomo si comporta spesso come una bestia impaurita e aggressiva, ma a differenza degli animali, è capace di pianificare accuratamente la sua brutalità, che giustifica costantemente attraverso un uso immorale del pensiero.
La storia insegna di cosa sono capaci gli esseri umani; è un peccato che poche persone cerchino di comprendere approfonditamente gli avvenimenti di questo secolo. I giornali e i networks televisivi ci comunicano la superficie dei fatti, ma non riescono (e in alcuni casi non possono), spiegarci ciò che sta dietro ai semplici accadimenti.
Esiste una precisa legge di causa ed effetto che regola la vita di tutti gli uomini, dalle nazioni e alle razze. Tutti i fatti della vita sono il risultato di qualcos'altro. Come affermava Aurobindo: “Noi non possiamo neppure dare un calcio ad un sasso, senza che questo produca un riflesso altrove”. Quando si afferma che “la violenza chiama altra violenza”, si enuncia una verità sancita dalla legge di causa-effetto.


Esistono sicuramente situazioni nelle quali l'utilizzo della violenza è legittimo (o comunque indispensabile). Quando il concetto di “pacifismo” si trasforma in una rigida ideologia, come tutte le ideologie, finisce per allontanarsi dalla realtà della vita. L'esistenza non è fatta di regole ferree e dogmi inoppugnabili. La realtà è un processo in continua mutazione.
Chi che non ha subito perdite a causa del terrorismo, è avvantaggiato nel pensare che una reazione aggressiva sia sempre sbagliata. Per chi ha visto morire chi amava, invece, è molto più difficile.
Questo articolo dunque, non vuole essere una critica diretta a chi ritiene di dover rispondere con le armi al terrorismo moderno, o a qualsiasi altra forma di violenza; esso mira piuttosto a riconsiderare la leggerezza con cui interpretiamo i fatti della vita, ed anche la condiscendenza attraverso la quale siamo prodighi di scusanti per ciò che ci riguarda, ma non altrettanto comprensivi nei confronti degli altri.


La violenza è una malattia. Gli animali vivono nella lotta ogni giorno, ma combattere per la sopravvivenza non può essere considerato “violenza”, perché riduce al minimo la possibilità di scegliere. L’uomo, invece, pianifica lo sterminio e combatte giornalmente i propri simili. La patologia è presente a livello psichico. Per questo, nelle pagine del nostro sito, critichiamo con insistenza ogni forma di prevaricazione morale e intellettuale, richiamando l'attenzione sul fatto che la radice della violenza sta nella mente e può esprimersi anche in un semplice dibattito televisivo, o nel modo in cui due persone giungono a detestarsi nella loro stessa casa. I gravi fenomeni di violenza, su scala mondiale, rappresentano il puro e semplice effetto di una “particolarità” mentale che deve essere esaminata e trasformata, a partire dal singolo.
Prendiamo come esempio il terrorismo. Esso non si presenta come una realtà univoca e facilmente definibile. All'epoca del nazismo, i partigiani erano visti dai tedeschi alla stregua di terroristi. La visione secondo cui colpire civili inermi è orribile, è corretta da un lato, ma dall'altro appare come un'inutile e superficiale disquisizione da salotto. Esistono persone che non riconoscono come esseri innocenti, né i civili americani, né quelli europei.
Nel nostro codice, esiste il reato di “Omissione di soccorso”. Guardandoci da questo punto di vista, siamo tutti colpevoli per ciò che oggi accade nel mondo, perché ognuno di noi si disinteressa bellamente dell'Africa, del Medio Oriente, o di qualsiasi altro luogo.
Il terrorismo nasce dal disperato tentativo di liberarsi da un giogo e si dirama in seguito nella follia dell'esaltazione collettiva e individuale. Il terrorismo che oggi conosciamo, è retto da ideologie oscure, in collusione con interessi che travalicano la disperazione e le esigenze dalle quali il fenomeno stesso si è originato. Dove esistono sottocultura, povertà e ignoranza, è estremamente facile manipolare sentimenti e pensieri.


Il problema tuttavia, è certamente più complesso di quanto può apparire sotto il profilo politico e culturale. Sul nostro pianeta le guerre sono sempre state cicliche. Esse sono l'effetto di molte cause. Così come in un singolo individuo le tensioni e le frustrazioni nutrono negli anni una rabbia che genera lo sviluppo di un'energia negativa in crescita (la quale può esplodere da un certo momento in avanti con esiti incontrollabili), ugualmente le guerre sono il risultato di una tensione serpeggiante e di una “carica negativa” che si accumula nel tempo. Questo fenomeno è reso possibile dalla permeabilità umana alla violenza, che rappresenta una patologia non ancora superata.
Il terrorismo non può essere fermato dalla diplomazia (e forse neppure dalla forza); esso non si radica nella “forma mentis” di coloro che cercano di attirare l'attenzione per essere ascoltati (se non in rari casi). E' piuttosto un aggravarsi di quella malattia di cui soffre l'umanità. In questi casi la psiche terroristica cerca il disordine, il clamore, la paura, la vendetta. Questi elementi divengono primari rispetto ai possibili scopi originari. L'energia negativa e oscura, che serpeggia tra le righe della violenza, si gonfia come una vela in mare aperto; la velocità nell'espressione di una finalità criminale, cannibalizza i principi per i quali è nata. I bisogni e gli ideali di una categoria crollano miseramente, lasciando spazio alla nascita di un mostro che divora l'animo e la mente di chi ne ha favorito lo sviluppo.
Quando la violenza veste i panni ideologici di una religione interpretata unilateralmente, giustificando le maggiori atrocità nel nome di un qualsiasi Dio, allora si trasforma nella più tremenda e pericolosa macchina di distruzione. Proprio per questo, il terrorismo moderno non può essere battuto muovendosi sullo stesso piano; quando si genera un incendio, quello che non si deve fare è gettare benzina sul fuoco. Esiste una considerevole forma d’incoscienza in coloro che, reiteratamente, elevano il vessillo della nostra cristianità, come contrapposizione forte ed ideologica nei confronti di quella parte d’Islam monopolizzata e strumentalizzata da chi lavora nell’ombra per lo scontro (e sostenuta dall'ignoranza culturale e dalla povertà di molti).


La violenza è una malattia. Non si può combattere. Essa va curata; in primo luogo, non lasciandosi trascinare sul medesimo territorio di follia. L'Occidente potrebbe occuparsi subito (e bene), della povertà e della miseria che esiste in molte parti nel mondo. Chi muore di malattie curabili, soffre la fame e la sete e vede i suoi bambini sfruttati per gli interessi dell’Occidente, si disinteressa totalmente dei grandi incontri fra i politici delle varie nazioni, fatti di larghi sorrisi e “franche” strette di mano. La rabbia cresce e si sviluppa nell'ignoranza; e quest’ignoranza, mista alla sofferenza e al rancore, è il terreno più fertile su cui far attecchire il terrorismo.
Può apparire estremamente retorico affermare che il cambiamento deve avvenire dall'interno dell'essere umano, ma è così; non esiste altra via. Basta osservare una certa mentalità politica, per comprendere la scarsa utilità d’ogni altra strada. Guardiamo costantemente litigare coloro che dovrebbero esser d’esempio per una società civile e combattere per ottenere una posizione di prestigio nel governo dei paesi in cui operano. Sono talmente occupati a difendersi e attaccare le parti avverse, che dispongono infine di ben poca energia per governare davvero (facendolo bene).
Non sono stupidi, accecati dal potere o inetti… sono esattamente come noi. Osservando gli occhi del presidente Bush, nei filmati che descrivono il momento in cui riceve la notizia degli eventi dell'undici settembre, riconosciamo smarrimento; non lo smarrimento del presidente degli Stati Uniti, ma quello di un uomo comune. La medesima cosa, era evidente durante il discorso di Tony Blair, tenuto pubblicamente a seguito degli eventi del luglio 2005, accaduti a Londra. Le sue parole apparivano ferme e risolute, ma il suo volto e la sua voce tradivano incertezza e sgomento.
Non esiste alcuna profonda linea di demarcazione tra il politico e l'uomo comune. In questi “mondi”, apparentemente diversi, esistono uomini e donne mediocri e di piccole vedute, ed altri illuminati e altruisticamente propositivi. La differenza invero dovrebbe esistere, perché è lecito attendersi – da parte di chi ha la responsabilità di influire sulle sorti di milioni d’uomini – una maggiore saggezza e un equilibrio interiore al di fuori del comune. Non è così. È una realtà visibile a tutti.


Per questo, possiamo affermare che le condizioni future dell’intero pianeta sono nelle mani di tutti e non solo di coloro che si sono assunti la tremenda responsabilità di prendere decisioni in nome nostro. Ogni singolo essere umano è responsabile di ciò che accade nel mondo in cui vive. L'indifferenza e la superficialità non salveranno nessuno dagli esiti di un comportamento immaturo ed egoista. Comunque la si pensi e quali siano le nostre personalissime convinzioni, esiste una legge di causa-effetto che ci mantiene tutti legati a filo doppio. L'isolamento, è solo un'illusione.
La violenza deve essere combattuta giornalmente nelle nostre case e dentro di noi. Quando sfoghiamo la nostra aggressività e la rabbia sui subalterni, sui genitori o sui figli, su fratelli e sorelle, su mariti, mogli, amanti e amici, oppure sugli animali, noi diamo il via libera a quella stessa energia che nel tempo produrrà guerre, scontri sociali, perversioni psichiche ed esplosioni di follia collettiva.
Non si tratta di reprimere i propri sentimenti, ma di indagare profondamente su di essi, per scoprire quali cause ci portano ad essere tanto intolleranti, aggressivi e virulenti. Millenni di religioni, in parte, hanno posto un freno a ciò che un'umanità senza regole avrebbe potuto esprimere; ma oggi, bisogna capirlo bene, questi stessi freni possono trasformarsi in un alibi sociale e personale ingiustificabile. E' giunto il tempo in cui l'essere umano cerchi e trovi un contatto più profondo e consapevole con se stesso e con i suoi simili, traghettando dalla paura della punizione, alla consapevolezza individuale del giusto e dello sbagliato.
Questa differenza è il grande spartiacque che oggi divide alcuni pensatori, da altri. Ecco perché, attualmente, cercare di spostare il problema della lotta al terrorismo sul piano del recupero delle radici religiose, rappresenta la mossa più pericolosa che si possa compiere. La parte dell’Islam aperta alla modernità, deve trovare il confronto con un Occidente capace di esemplificare i valori cristiani più universali, fondati su principi comuni a tutto il genere umano: solidarietà, altruismo, amore, apertura al nuovo, capacità di cooperazione e desiderio di camminare insieme nella vita. Calcando la mano sulle differenze culturali e religiose (che non vanno comunque dimenticate), obblighiamo l'Islam a rafforzare le proprie posizioni, complicando il dialogo interno alle varie correnti di pensiero.


L'identità fondata su una religione non scelta, ma imposta dalla nascita, è poco più di  un'illusione. Si tratta, in questo caso, d’identità culturale e non religiosa (nel senso più profondo del termine). La religiosità (prima ancora di una qualsiasi tradizione che la rappresenti), deve svilupparsi nel cuore d’ogni adulto e non provenire da un'educazione alla quale un bambino non ha né i mezzi, né la consapevolezza, per sottrarsi. S. Girolamo ha giustamente detto: “Cristiani non si nasce... si diventa”. Questo vale per qualsiasi altra confessione, come anche per l'assenza d’ogni fede.
Se veramente vogliamo essere fieri della nostra “identità” ed anche proteggere ciò che per suo tramite abbiamo concretizzato di buono (e potremo in futuro realizzare), dobbiamo partire dal rendere più consapevole la nostra identità individuale, come esseri umani. Solo in questo caso riusciremo ad esprimere un valore oggettivo e rispettabile da tutti, in relazione alla nostra identità occidentale, nazionale e cristiana.
Per combattere davvero la violenza dobbiamo partire da noi stessi, analizzando nella vita di tutti i giorni cosa ci porta ad essere aggressivi e cercando una risposta valida a questo problema. La cosa che più mette a rischio il nostro pianeta, non è tanto che alcuni governi potrebbero compiere gravi errori di valutazione, con conseguenze che coinvolgerebbe interi popoli, quanto il fatto che tali popoli sarebbero pronti a condividerle, precipitandoci in un baratro senza ritorno.


Se, all'epoca di Hitler, il popolo tedesco avesse avuto una consapevolezza differente, non avremmo mai sofferto lo sviluppo del nazismo; e se oggi, migliaia di persone comuni, non proteggessero e non nascondessero i terroristi, questi perderebbero l'ottanta per cento della loro capacità di colpire. Tutto quello che si esprime nel mondo – al negativo –  trova appoggio nell’assenso passivo di molti, che voltano il capo per non avere problemi, e non solo in coloro che perseguono atti criminosi, per interesse personale o convinzione ideologica.
Stiamo tutti molto attenti: può venire il giorno in cui ci chiederanno di accettare qualcosa d’inaccettabile; la nostra risposta, in quel momento, dipenderà dal grado di consapevolezza collettiva che avremo raggiunto e da quanto saremo dignitosamente consci della nostra libertà d’esseri umani (nostra... e di tutti gli altri popoli).

La violenza è davvero una patologia che dobbiamo cercare di sanare; non attraverso marce per la pace nelle quali è percepibile – a fior di pelle – la rabbia, l’aggressività e il disprezzo verso coloro che promulgano idee differenti, ma lavorando giornalmente su noi stessi, e osservando la predisposizione al conflitto in tutte le sue infinite forme.

Il vero pacifista, può anche imbracciare un’arma per difendere la sua famiglia e la sua gente, ma certo non vive il piacere della vendetta o della supremazia fine a se stessa. Chi “lotta” per la pace nel mondo ed è violento con i suoi cari, o è arrogante e rabbioso con chi la pensa diversamente di lui, dovrebbe farsi un esame di coscienza e approfondire maggiormente le cause umane (e non solo politiche e sociali), che permettono al male di espandersi in tutto il mondo da migliaia d’anni; perché, alla base della politica e della cultura, non dimentichiamolo mai, esiste sempre l’essere umano. Come specie vivente e come singolo individuo.

La violenza è una malattia. Non si può combattere. Essa va curata; in primo luogo, non lasciandosi trascinare sul medesimo territorio di follia. L'Occidente potrebbe occuparsi subito (e bene), della povertà e della miseria che esiste in molte parti nel mondo. Chi muore di malattie curabili, soffre la fame e la sete e vede i suoi bambini sfruttati per gli interessi dell’Occidente, si disinteressa totalmente dei grandi incontri fra i politici delle varie nazioni, fatti di larghi sorrisi e “franche” strette di mano. La rabbia cresce e si sviluppa nell'ignoranza; e quest’ignoranza, mista alla sofferenza e al rancore, è il terreno più fertile su cui far attecchire il terrorismo.
Può apparire estremamente retorico affermare che il cambiamento deve avvenire dall'interno dell'essere umano, ma è così; non esiste altra via. Basta osservare una certa mentalità politica, per comprendere la scarsa utilità d’ogni altra strada. Guardiamo costantemente litigare coloro che dovrebbero esser d’esempio per una società civile e combattere per ottenere una posizione di prestigio nel governo dei paesi in cui operano. Sono talmente occupati a difendersi e attaccare le parti avverse, che dispongono infine di ben poca energia per governare davvero (facendolo bene).
Non sono stupidi, accecati dal potere o inetti… sono esattamente come noi. Osservando gli occhi del presidente Bush, nei filmati che descrivono il momento in cui riceve la notizia degli eventi dell'undici settembre, riconosciamo smarrimento; non lo smarrimento del presidente degli Stati Uniti, ma quello di un uomo comune. La medesima cosa, era evidente durante il discorso di Tony Blair, tenuto pubblicamente a seguito degli eventi del luglio 2005, accaduti a Londra. Le sue parole apparivano ferme e risolute, ma il suo volto e la sua voce tradivano incertezza e sgomento.
Non esiste alcuna profonda linea di demarcazione tra il politico e l'uomo comune. In questi “mondi”, apparentemente diversi, esistono uomini e donne mediocri e di piccole vedute, ed altri illuminati e altruisticamente propositivi. La differenza invero dovrebbe esistere, perché è lecito attendersi – da parte di chi ha la responsabilità di influire sulle sorti di milioni d’uomini – una maggiore saggezza e un equilibrio interiore al di fuori del comune. Non è così. È una realtà visibile a tutti.