Discipline formative: approfondamenti sulle discipline trasmesse dall'istituto.
In molti anni d’insegnamento all’Istituto ho parlato raramente di Yoga, tanto che – io penso – non pochi soci ritengono che la mia figura abbia scarsamente a che vedere con questa “disciplina”, tendendo maggiormente ad associarmi all’educazione marziale, a tutto ciò che si ricollega al pensiero, all’insegnamento teorico e alla meditazione in senso lato.
Nulla di più errato. Lo Yoga – inteso come pratica psicofisica e non solo nella sua accezione più vasta e filosofica – è stato l’asse portante degli anni più intensi della mia vita. Sfortunatamente, nel corso della giovinezza, non ho avuto la fortuna di ricevere un insegnamento paragonabile (neppure lontanamente) a quello che gli associati ricevono oggi all’Istituto.
Questo fatto però, non ha minimamente intaccato l’esperienza ottenuta; anzi, proprio per l’essermi impegnato in una pratica priva di contenuti tecnici veramente elevati, posso testimoniare il valore formativo e il potenziale trascendente dello Yoga, in grado di trasformare il corpo e la coscienza persino quando l’insegnamento è limitato e pieno d’errori.
Ho deciso di scrivere il presente articolo, dopo una lunga e accurata osservazione della pratica di molti associati all’Istituto. L’insegnamento fornito, e posso affermarlo come testimone e non diretta parte in causa del medesimo, è quanto di più perfetto e profondo si può trovare in quest’epoca.
Anzi, esso lo è anche dal punto di vista delle epoche passate, ossia di quegli aurei momenti storici, nei quali camminavano fra gli uomini veri conoscitori dei segreti dell’universo e della struttura psicofisica umana (divenuti in seguito sempre più rari).
Per applicare al meglio un insegnamento di questo genere e ottenerne il massimo beneficio possibile, è indispensabile che il praticante attui una crescita, in rapporto alla sua comprensione della matrice che sta alla base dello Yoga. Esso è una scienza metafisica e non corporale o filosofica. La metafisica parte dalla realtà sensibile per ottenere la comprensione dei principi primi della realtà. Dal punto di vista filosofico, il termine descrive anche una “dottrina” basata sullo studio del “non percepibile” e di tutto ciò che non può essere immediatamente colto dagli strumenti materiali (sensoriali o tecnologici), e che non è dimostrabile nell’immediato attraverso la matematica razionale.
Un semplice gioco come il tiro alla fune, esemplifica qualcosa di utile per ciò di cui parlo. La corda che ci tiene collegati al gruppo antagonista, diventa lo strumento per vincere o perdere, ma è anche il nostro legame con gli altri; ossia, quando teniamo un capo della fune, siamo indissolubilmente connessi a chi si trova al capo opposto.
Lo Yoga, intenso come tecnica, è la fune; da un lato ci siete voi, con i vostri sforzi e le vostre convinzioni mentali, dall’altro esiste il vostro alter ego, ossia ciò che potrete diventare attraverso la pratica. La lotta si compie fra le tendenze tamasiche e rajasiche del corpo (con i suoi condizionamenti cellulari, per così dire) e del pensiero-emozioni (con le sue convinzioni di limitatezza e le sue debolezze ereditate), e la vostra natura reale e sconosciuta (comprensiva dei potenziali esprimibili da una materia fisica illuminata da una mente risvegliata).
Lo Yoga, in altri termini, potrebbe essere definito come il campo di battaglia (kuruksetra) in cui si compie – nel presente – la lotta fra il passato e il futuro. Il primo, pur non esistendo più (come fenomeno tangibile), è fonte delle cicatrici e dei condizionamenti che portate con voi nel presente; il secondo, rappresenta la possibilità dell’uomo e della donna rinnovati, trasformati, rinati.
«Colui che non nasce due volte non può entrare nel Regno dei Cieli». Parole presenti nei Vangeli e attribuite a Cristo. Non dubitabili, nel loro apparentemente oscuro significato. In India, il termine sanscrito Dvja, significa “nato due volte”. È colui che ha bruciato interamente il suo passato nel Fuoco dello Yoga (inteso come percorso dall’ignoranza alla Conoscenza), ed è rinato in spirito e luce. Il Nuovo Adamo di S. Paolo.
Questo è lo Yoga e dal mio punto di vista, secondo un’esperienza personale che voglio condividere nella speranza che possa aiutare qualcuno, tutto si compie in quella che definisco Potenza, termine che uso come figlio minore della parole Potere, per la quale nutro troppo rispetto per citarla invano.
Potenza, è anche il termine che indica la possibilità nel suo manifestarsi e non ancora in atto. Per Aristotele, essa è un aspetto della verità che nutre la realtà immanente; quest’ultima vive d’essa e dipende dalla Potenza che aleggia su di lei. La Potenza è ciò che può dar vita alla morta argilla, tramutandola nel Golem della Cabala ebraica, ma è anche ciò che nel Golem vivificato si esprime, quando muove i suoi passi per distruggere, guidato dalla mente del mago.
Potenza è dunque attuabilità e attuazione. Noi siamo “potenti” in potenza, per così dire, e lo Yoga può consentirci di passare dall’essere causati, all’essere causanti.
Lo Yoga come Potenza.
Ebbene, quando pratichiamo, dobbiamo identificarci nel principio di uno yogi o di una yogini, e non nella tiepida e “sfigata” immagine dell’occidentale fisicamente mal messo e mentalmente oberato. Lo Yoga è Fuoco. Altrimenti, non è vero Yoga. Il Fuoco che attraversa tutti gli universi è presente in ciò che causa l’atomo, come anche nella nostra mente; esso regge quello che conosciamo (e che ignoriamo) e tramite la sua ignea potenza dobbiamo e possiamo distruggere l’ignoranza in noi, ed i limiti che ci asservono ad una pratica impotente e semipassiva.
Lo Yogi è Shiva, Signore della folgore e padrone della tigre degli istinti inferiori e tamasici, sulla pelle della quale siede con gli occhi di brace, dominatore dei regni inferiori. La Yogini è Devi, che nella sua forma di potere si muta in Kali, distruttrice del male e dell’illusione, adorna delle teste mozzate dei suoi nemici.
Questo è Yoga. Potenza ignea. Volontà di fuoco. Dominio della propria natura inferiore, della quale il corpo (senza mente) è solo un debole servitore. Yoga è autorità su se stessi, per giungere all’autorita “In” se stessi, e divenire autentici Bodhisatwa: sapienti e compassionevoli menti sattviche, che cooperano consapevolmente nel far girare la ruota del Dharma.
Tutto il resto – almeno questo è il mio semplice pensiero – è solo acqua tiepida. Perfino il tradizionale dedicarsi allo Yoga per la propria ascesi personale, io lo considero un soffio di vento nella tempesta del Samsara. Da quando il Karma è apparso in questi universi come un carro tonante, trasportando un nuovo senso di giustizia e unità per tutti gli esseri senzienti, nessuno può nascondersi dietro al tepore dell’ascesi individuale. Compassione, amore, pietà per la sofferenza degli esseri viventi, sono la via indicata dai Grandi. Non c’è ascesa senza discesa. L’ultima, incorona la prima.
Questo, a modo mio, è ciò che deve vibrare nel cuore, nella mente e nella carne del praticante, ogni volta che si appresta ad eseguire un pranayama o un’asana. Il mio corpo è oggettivo, ma la mia percezione del medesimo… no! La mente deve domare i limiti e le debolezze di un codice genetico impoverito dalla dimenticanza della Potenza di quel Divino che scorre nelle cellule di tutti; e deve plasmare il corpo, dopo aver plasmato un emotivo grigio e dimentico della Fede nel fatto che siamo «… a immagine e somiglianza di Dio».
La Potenza conduce alla dissoluzione dell’ego illusorio, fonte d’ogni debolezza e di tutte le sofferenze. Essa non è “forza”, né durezza; qualità proprie agli “io” limitati della personalità. La Potenza risiede, “in potenza”, nella mente. È un modo d’essere, di percepire la nostra materia densa e la nostra realtà spirituale. È una qualità che si può cogliere nel vento e al nostro interno. Va coltivata, desiderata, amata. Deve essere percepita e assorbita dall’iconografia antica, dagli aforismi senza tempo dei testi sacri, dall’osservazione di chi la possiede (se abbiamo la fortuna di incontrarlo).
La respiriamo attorno a noi in ciò che si addensa nell’aria prima di un temporale, o quando il mare si gonfia facendosi cupo; ma non deve essere interpretata con il pensiero limitato e condizionato, che in queste manifestazioni naturali legge solo la forza, il potenziale distruttivo, lo spaventevole. La Potenza è trasmutazione dell’idea del limite, nella convinzione del non limite.
Questo è il modo di praticare Yoga di un vero Yogi.
Lo Yoga è nella mente, che si serve del corpo. Mente come volontà, non come pensiero. Quando siete fermi in una posizione, quale sia la tecnica che applicate, essa ha bisogno di Potenza. La vostra mente deve condensare il Fuoco con l’intento di accendere l’intero corpo e l’energia contenuta; liquefacendo, sciogliendo, trasmutando. Nella Katha Upanisad, Yama svela a Naciketas l’essenza del Fuoco che è: «… la sorgente del mondo».
Rettificazione, Fissazione, Separazione, Congiunzione; dal mercurio dell’Io, allo zolfo della realtà assoluta. I quattro passi alchemici che portano l’uomo dal buio dell’ignoranza alla realizzazione della Conoscenza-Rivelazione. Lo Yoga è trasformazione alchemica della mente inferiore in mente superiore. Dal vile metallo del corpo, all’Aurumspirituale.
Lasciando cadere i dubbi e le debolezze dell’ego, lo Yogi deve concentrare la mente sull’idea della trasmutazione dell’inferiore in superiore. La tecnica incanala l’energia nella maniera dovuta. Essa è il mezzo. Occorre però un forte braccio capace di maneggiare la spada del metodo. Esso è la mente risoluta e concentrata, che giorno dopo giorno diventa “uno” con l’idea del Fuoco-Potenza, tramite il quale fonde la materia grezza (corpo, sensi e mente inferiore) per restituirle la forma originaria: un modello plastico, igneo, perfetto nella sua liquida adattabilità alle mutazioni del mondo.
Così praticando, accade allora che anche una sola asana – vissuta con Potenza e Fuoco mentale – può condurre velocemente alla meditazione. Pensate all’immagine di uno Yogi o di una Yogini che – vibranti, sudati e con lo sguardo infuocato, plasmano il loro corpo in una perfetta e potente posizione assisa, con pochi gesti misurati ed elastici. E poi… silenzio e vuoto. Gli occhi si chiudono. L’energia si erige e una colonna di luce si manifesta magicamente nel buio di questo mondo. Ecco l’apice. Il senso di tutto lo Yoga. Un contatto profondo, possente, silente. Che sia allora meditazione, preghiera, invocazione, trasferenza, guarigione. Qualunque cosa sarà… lo sarà nel Fuoco di una mente rettificata, purificata e conscia. Cosciente della Presenza.
Un suggerimento per tutti gli insegnanti di Yoga: quanto ho descritto, che fa riferimento alla mia esperienza e, vi auguro possiate anche voi sperimentare, rappresenta la tensione interiore di un Ricercatore. Non pretendetelo dagli altri (men che meno se non lo avete realizzato voi stessi); non usate queste parole nei centri in cui insegnate. Le persone hanno bisogno di tre cose: un forte lavoro sul corpo fisico (per scaricare tensioni e riappropriarsi del loro strumento materiale), la capacità di rilassarsi dopo una giornata di lavoro (per accarezzare l’armonia ed equilibrarsi), e una seria preparazione all’ascolto di sé (come introduzione al silenzio mentale della meditazione).
Questo povero mondo è già fin troppo pieno di “guru”, che parlano di ciò che non sanno, o di zelanti praticanti che “insegnano” rendendo i malcapitati allievi uno specchio in cui riflettere e adorare le personali convinzioni del loro ego.
Imparate prima a diventare Fuoco liquido in voi stessi, riversando sugli altri una cascata di fresca acqua sorgiva, per alleggerirli e aiutarli nella durezza di una vita incerta e tribolata. Forse un giorno qualcuno vi chiederà di più. Forse. Un insegnante vive per aiutare e comunicare una conoscenza ricevuta, ma questa è tale nella misura in cui è equiparata al ricevente e ai suoi bisogni.
Nella nostra società c’è un disperato bisogno di saggezza, espressa nella gentilezza e nella sollecitudine.
Andrea Di Terlizzi
Lo Yoga, intenso come tecnica, è la fune; da un lato ci siete voi, con i vostri sforzi e le vostre convinzioni mentali, dall’altro esiste il vostro alter ego, ossia ciò che potrete diventare attraverso la pratica. La lotta si compie fra le tendenze tamasiche e rajasiche del corpo (con i suoi condizionamenti cellulari, per così dire) e del pensiero-emozioni (con le sue convinzioni di limitatezza e le sue debolezze ereditate), e la vostra natura reale e sconosciuta (comprensiva dei potenziali esprimibili da una materia fisica illuminata da una mente risvegliata).
Lo Yoga, in altri termini, potrebbe essere definito come il campo di battaglia (kuruksetra) in cui si compie – nel presente – la lotta fra il passato e il futuro. Il primo, pur non esistendo più (come fenomeno tangibile), è fonte delle cicatrici e dei condizionamenti che portate con voi nel presente; il secondo, rappresenta la possibilità dell’uomo e della donna rinnovati, trasformati, rinati.
«Colui che non nasce due volte non può entrare nel Regno dei Cieli». Parole presenti nei Vangeli e attribuite a Cristo. Non dubitabili, nel loro apparentemente oscuro significato. In India, il termine sanscrito Dvja, significa “nato due volte”. È colui che ha bruciato interamente il suo passato nel Fuoco dello Yoga (inteso come percorso dall’ignoranza alla Conoscenza), ed è rinato in spirito e luce. Il Nuovo Adamo di S. Paolo.
Questo è lo Yoga e dal mio punto di vista, secondo un’esperienza personale che voglio condividere nella speranza che possa aiutare qualcuno, tutto si compie in quella che definisco Potenza, termine che uso come figlio minore della parole Potere, per la quale nutro troppo rispetto per citarla invano.
Potenza, è anche il termine che indica la possibilità nel suo manifestarsi e non ancora in atto. Per Aristotele, essa è un aspetto della verità che nutre la realtà immanente; quest’ultima vive d’essa e dipende dalla Potenza che aleggia su di lei. La Potenza è ciò che può dar vita alla morta argilla, tramutandola nel Golem della Cabala ebraica, ma è anche ciò che nel Golem vivificato si esprime, quando muove i suoi passi per distruggere, guidato dalla mente del mago.