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Il metodo adottato dall'Istituto per l'Evoluzione Armonica dell'Uomo: la riscoperta dei segreti di una antica tradizione per giungere alla realizzazione dell'Essere.


La pratica della Meditazione è antica quanto l’essere umano. Nei Veda - testi indiani compilati circa quattromila anni - si fa riferimento alla meditazione come alla via maestra per entrare in contatto con la Verità. Tuttavia. è certo che precedentemente ai primi scritti, esistesse un’antica tradizione orale riguardante questa materia.
Si tratta di un ambito in cui le tradizioni sono numerose e le differenze (createsi nei secoli), dipendono dalle diversità culturali e storiche, che però non riguardano la base del processo meditativo; ciò che muta sono i metodi d’approccio e le interpretazioni delle esperienze ottenute.

Le filosofie, le religioni e le teologie, appartengono infatti al molteplice e contrastante mondo della mente, mentre la meditazione tende a uscirne, approdando a quello spazio dell’esperienza che si definisce, di volta in volta, la nostra “natura originaria”, il “Sé primigenio”, la “consapevolezza pura”, l’“essere nudo e semplice”, lo “stato di non‑condizionamento”, l’“illuminazione”, il samadhi, il nirvana.
La meditazione insomma, è il percorso per realizzare la nostra vera natura, ciò che siamo dietro alle apparenze, ai condizionamenti sociali e alle opinioni nate da una specifica cultura. Tramite questa pratica, ci poniamo oltre e dietro al pensiero comune, scendendo in profondità per scoprire la “causa” di ciò che non è visibile attraverso un’osservazione superficiale, o l’analisi mentale.

La meditazione non è uno stato di riflessione su concetti astratti, per quanto elevati possano essere (sebbene il termine stesso, nella nostra lingua, suggerisca un lavorio mentale). Quando nella tradizione cristiana, per esempio, si utilizza il termine “meditazione”, lo si intende proprio come riflessione, l’attività della mente pensante, concentrata su un’idea o un problema teologico o metafisico.
La vera meditazione, in realtà, è esattamente l’opposto, ovvero l’interruzione dell’attività mentale, sia essa meccanica o consapevole; un arresto del pensiero, uno stato di vuoto che permette di accedere ad uno “spazio diverso”.
La meditazione non è neppure assimilabile al concetto di contemplazione. Nel caso della contemplazione infatti – come nella tradizione sufi, ma anche nel misticismo cristiano – si sperimenta uno stato interiore indubbiamente vasto, così grande e fuso con un principio spirituale, da indurre il praticante a identificarsi in esso; ma si tratta ancora di uno stato emotivo, indubbiamente assai dilatato e quasi spersonalizzato, che tuttavia contiene ancora forme di ego separato.
Lo stato meditativo è invece una “Coscienza di sé” che non include livelli di identificazione emotiva. È la sperimentazione dell’Essere nella sua natura originaria.

Dal punto di vista della storia dell’uomo, quello che noi sappiamo della meditazione ci proviene dalle antichissime tradizioni collegate alla conoscenza vedantina (Veda e Upanishad indiane), a quella persiana degli insegnamenti di Zoroastro e a quella della visione tantrica, proveniente anch’essa dall’India antica.
Tali conoscenze si sono talvolta fuse tra loro, così come altre volte l’una ha attinto dall’altra. Inoltre, essendo la meditazione un’esperienza esistenziale, che richiede una sperimentazione diretta, risulta difficilmente “spiegabile” tramite le parole. Così, ogni individuo che nei millenni ne ha sperimentato lo stato, o non si è curato di trasmetterlo ad altri, limitandosi a viverlo, oppure ne ha trasferito un’espressione particolare, comprensibile a livelli differenti.
È questo il caso del Buddha storico, Siddharta Gotama, che ne ha ricavato una visione estremamente raffinata – anche molto “tecnica” e analitica, per certi versi – che è andata a costituire le fondamenta di quella che oggi è una religione assai diffusa: il buddhismo.

Il buddhismo vanta una tradizione smisurata e il suo metodo d’indagine è quello che più somiglia ad una moderna ricerca scientifica. Questo spiega il suo recente successo anche nella società occidentale, dove la sua coerenza logica e il processo consequenziale d’osservazione delle catene di cause ed effetti, l’ha reso uno strumento particolarmente adatto ad un’epoca decisamente disposta all’utilizzo della mente.

Tuttavia, per sperimentare profondamente la meditazione, come strumento d’autocoscienza e patrimonio di tutti gli esseri umani, non è affatto necessario collegarla ad una specifica tradizione religiosa. Da un certo punto di vista anzi, essa possiede un valore incommensurabile, proprio per la sua “laicità”.
La meditazione è un viaggio all’interno di sé stessi, compiuto con strumenti tecnici che non richiedono atti di fede o convincimenti ideologici. Proprio per questo, può presentarsi come la risposta interiore e spirituale al futuro dell’umanità. L’esperienza meditativa, se vissuta seriamente e attraverso un insegnamento competente, porta all’unità con il mondo esterno e non alla separazione dal medesimo.

Le differenze dogmatiche e concettuali che creano barriere fra gli esseri umani, attraverso la meditazione scompaiono nella consapevolezza che siamo tutti parte di una sola e vasta Verità. Non si tratta più di una semplice idea (per quanto bella), la quale può venir meno in momenti di tensioni e difficoltà, sostituendosi addirittura con suo opposto, ma di una concreta realizzazione interiore, che nessun evento esterno può oscurare o modificare.
Al di là dei raggiungimenti personali, la meditazione può realmente modificare il rapporto fra gli esseri umani, per mezzo di un grande potere unificante, perché pone l’uomo in contatto diretto con quella Sorgente di Verità che lega tutte le vite, consentendogli di riconoscere l’illusorietà e l’erroneità delle divisioni create dalla mente.

La diffusione e lo sviluppo della meditazione in seno alla società attuale, dovrebbe essere considerato un evento auspicabile e per il quale vale la pena di impegnarsi. Essa rappresenta la risposta più seria, profonda e libera, ai mali interiori del nuovo millennio.

La meditazione non è uno stato di riflessione su concetti astratti, per quanto elevati possano essere (sebbene il termine stesso, nella nostra lingua, suggerisca un lavorio mentale). Quando nella tradizione cristiana, per esempio, si utilizza il termine “meditazione”, lo si intende proprio come riflessione, l’attività della mente pensante, concentrata su un’idea o un problema teologico o metafisico.
La vera meditazione, in realtà, è esattamente l’opposto, ovvero l’interruzione dell’attività mentale, sia essa meccanica o consapevole; un arresto del pensiero, uno stato di vuoto che permette di accedere ad uno “spazio diverso”.
La meditazione non è neppure assimilabile al concetto di contemplazione. Nel caso della contemplazione infatti – come nella tradizione sufi, ma anche nel misticismo cristiano – si sperimenta uno stato interiore indubbiamente vasto, così grande e fuso con un principio spirituale, da indurre il praticante a identificarsi in esso; ma si tratta ancora di uno stato emotivo, indubbiamente assai dilatato e quasi spersonalizzato, che tuttavia contiene ancora forme di ego separato.
Lo stato meditativo è invece una “Coscienza di sé” che non include livelli di identificazione emotiva. È la sperimentazione dell’Essere nella sua natura originaria.