Google
WWW www.ieau.it

Il nuovo libro di Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi


PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

Conosciamo tutto ciò che serve a proposito di noi stessi? Quello che ignoriamo giustifica le difficoltà che incontriamo nella vita? E come possiamo impadronirci di ciò che manca, per ottenere un vero miglioramento? Queste sono tre domande dalle quali dipende la nostra felicità.
Padroni del vostro destino è un libro speciale che tratta temi profondi e complessi in modo semplice e leggero. Non è un manuale, ma si mostra ricco di consigli preziosissimi per la vita di tutti i giorni. Non è un testo di filosofia, ma suggerisce risposte inedite ai grandi quesiti. Non è neppure un trattato di sociologia, eppure consente di comprendere molte cose sulla natura della nostra società.
Un libro per l’uomo moderno; un testo scritto per trovare soluzioni innovative a problemi vecchi quanto il mondo. Dato che non possiamo aspettarci che la sicurezza, la felicità e la pace ci siano donati dall’esterno, come facciamo a trovarli da soli, in una società che sembra muoversi nella direzione opposta?
Padroni del vostro destino pone domande e offre risposte. Forse non per tutti rappresentano la soluzione migliore, ma certamente costituiscono una possibilità da non sottovalutare.
Questo libro è una piccola rivoluzione; forse un modo per svegliarsi al mattino con uno scopo appassionante per noi stessi e per coloro che amiamo.

 

PRESENTAZIONE DEGLI AUTORI:

Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi, studiosi, saggisti ed esperti in scienze interiori e filosofia olistica, operano da venticinque anni nel campo della formazione umana e professionale. Creatori del metodo IEAU, sono costantemente impegnati nella promozione di una concezione Etica innovativa, fondata sullo sviluppo della coscienza individuale e sul progresso sociale, a partire dalla maturazione interiore del singolo individuo.
Nel 1998 hanno fondato l’Istituto per l’Evoluzione Armonica dell’Uomo (www.ieau.it), scuola di formazione individuale e di ricerca interiore, che trasmette il loro metodo di studio e pratica per lo sviluppo della consapevolezza e la piena realizzazione del potenziale umano. Il sistema messo a punto dagli autori – di cui questo volume rappresenta una chiara introduzione – è il risultato di una lunga ricerca compiuta in diverse regioni del mondo e culminata con la fusione di ciò che entrambi hanno scoperto individualmente.
Alla base del metodo IEAU si colgono le radici di una conoscenza antichissima, in tempi remoti diffusa su quasi tutto il globo, che resa idonea all’epoca moderna costituisce un rivoluzionario sistema di sviluppo per la coscienza individuale. Merito degli Autori è quello di averla saputa riportare alla luce, offrendo un metodo adatto al suo apprendimento e alla sua applicazione concreta in ogni campo della vita quotidiana.

Degli stessi autori:

• Io voglio essere, 1996
• Il potere di cambiare le cose, 1996
• Essere o apparire, 1998
• Io non sono mai nato, 1999
• Il lungo cammino... per non allontanarsi dalla verità, 2000
• Incamminati verso la luce,
• Educazione al potere, 2002.

 

INTRODUZIONE

In questo testo si parla di ricerca interiore. E occorre che, prima, mettiamo in breve a fuoco che cosa, con questo termine, si vuole intendere.
Non è affar semplice, poiché le parole, quando manca un’esperienza precisa in proposito, tendono ad assumere un valore d’uso, abitudinario e meccanico, secondo libere associazioni e significati generici che dipendono dal contesto culturale di appartenenza.
Così, da noi, l’aggettivo “interiore” – in virtù dell’educazione infantile alla dottrina, ma anche ai riferimenti continui del linguaggio comune – viene il più delle volte associato proprio ad aspetti di ordine religioso, attribuendo una netta separazione – nella percezione individuale e nella prassi – tra il mondo materiale e quello “spirituale”.

Chiariamolo dunque da subito: la ricerca interiore non è una religione, come ordinariamente si intende il termine, ma piuttosto, al contrario, una scienza: la scienza che studia l’essenza delle cose nella sua totalità. E, come tale, essa data dagli albori dell’umanità, prima ancora che si formassero le dottrine di matrice religiosa.
In quanto scienza, la ricerca interiore si affida al metodo sperimentale, e utilizza metodi e procedure con intenti prevalentemente pratici. Ma, nello stesso tempo, essa è anche filosofia, in quanto offre una visione della vita e della natura dell’essere. Da questo punto di vista, assume naturalmente una forma più speculativa e teorica.
C’è chi afferma di desiderare la verità ritenendo già di conoscerla, o almeno di partecipare di un “ambito” che la possiede. Ciò può dar fiducia o consolazione, ma mette ovviamente fine a ogni ricerca, conducendo di fatto al dogmatismo o all’integralismo. Con la conseguenza di produrre una morale, ovvero una separazione tra noi (che siamo nel giusto) e gli altri (che naturalmente sbagliano).
E poi c’è chi, al contrario, afferma che “tutto può essere vero” (possibilismo) oppure  che “nulla è totalmente vero” (relativismo e agnosticismo). Ma, in questo modo, si viene palesemente a costruire comunque una forma di dogmatismo – seppur al contrario – che elegge il dubbio a verità. E va a produrre di nuovo una morale.
La ricerca interiore, invece, non procede per assoluti, ma si pone in un processo incessante e privo di presunzione; un procedimento euristico (da eurisko, che in greco significa “cerco”) che considera la conoscenza come un miscuglio dinamico di evidenze – sempre parziali e provvisorie – ma anche di zone d’ombra, di dubbi, di interrogativi, funzionali alla conoscenza stessa. Un procedimento per l’appunto “scientifico”, che sperimenta direttamente, osserva cause ed effetti, senza emettere giudizi. Un processo permanente e ininterrotto, che ha il potere e la caratteristica di stimolare ulteriormente verso l’indagine. E, in questo senso, non è in grado di produrre una morale statica, ma piuttosto un’etica, che muove costantemente verso verità sempre più alte.
Sintetizzando, possiamo dunque affermare che la ricerca interiore si presenta tanto come prassi quanto come teoria, esplora il cono-scibile attraverso l’esperienza e l’indagine, e non cerca di convincere – e tanto meno “convertire” –, né di imporre i propri ragionamenti o le proprie pratiche e metodiche. Si tratta, in sostanza, di un processo di conoscenza liberamente scelto, profondamente etico, che vive e si esprime semplicemente nella dignità di ciò che è.

Detto questo, non possiamo fare a meno di osservare quanto la maggior parte delle persone non sembri apprezzare la ricerca volta in direzione di una verità, sia essa filosofica, spirituale, psicologica, o quant’altro. Anzi, non è raro incontrare una certa ostilità nei suoi confronti.
Sembra che vivere secondo principi che esulano dalle consuetudini e dai luoghi comuni generi fastidio e avversione, quasi che sia più apprezzabile conformarsi a una visione insoddisfacente ma piena di speranza in un futuro puramente immaginativo, piuttosto che operare per comprendere le radici del disagio e cercare concretamente il senso e l’armonia della propria condizione umana.
Se, all’inizio, nel sincero ricercatore tutto ciò può generare sconcerto e problematicità, bisogna ammettere che nel tempo – pur generando continue complicazioni – la cosa assume anche aspetti divertenti, andando ad arricchire il bagaglio di osservazioni delle varie tipologie umane e delle relative reazioni meccaniche al “diverso”, visto con sospetto e – tendenzialmente – da neutralizzare.
Si apre così il sipario su un “teatrino” paradossale e grottesco, in cui gli attori recitano copioni già scritti nella storia, come se migliaia d’anni di evoluzione non fossero a nulla serviti. Sulla scena si presentano i vari personaggi, pateticamente costretti in un ruolo in cartellone dall’alba dei tempi, ma assolutamente convinti di esprimere una posizione originale e del tutto congruente.
Ci sono dunque quelli che non ne sanno nulla (e spesso non si rendono conto neppure di cosa si stia parlando) e non hanno mai sperimentato di persona, ma che tuttavia “per sentito dire” predicano con grande cognizione, e si infervorano anche, mescolando elementi diversi e confondendo soggetti e contenuti.
Poco diversi da questi ultimi, ecco poi quelli che semplicemente non comprendono – e forse poco gliene può importare davvero – ma che denigrano a priori, per semplice spirito di contraddizione.
Poi ci sono i moralisti – bigotti, bacchettoni, tartufi, pinzocheri, santocchi, picchiapetti e baciapile –, tanto più terrorizzati da una qualsivoglia “diversità” quanto più convinti di possedere la verità assoluta. Una categoria che fa dell’ignoranza una bandiera e si erge a giudice del mondo dopo averne promulgato unilateralmente le regole.
Seguiti a ruota da altri fanatici censori che, vivendo solo di istinti, sentimenti e passioni, quando avvertono l’integrità di una riflessione seria, sentono vacillare le fondamenta del loro stile di vita; forse assaliti da un senso di inadeguatezza, e timorosi di essere giudicati per la loro inconsistenza, si spaventano, si inalberano, diventano ingiustificatamente aggressivi e, subito, “condannano”.
In altri, prevale semplicemente l’istinto della fuga: spaventati dal “nuovo”, da ogni possibile istanza che possa mettere in dubbio il placido scorrere della mediocre routine, se la battono a gambe levate, nascondendo la testa sotto la sabbia come struzzi, per evitare di vedere e sentire alcunché. Pavidi e senza speranza, si impegnano tuttavia a fondo per stipulare alleanze e procurarsi compagni di fuga. Con successo, visto che l’arte della fuga – dall’impegno, dalla responsabilità, dalla coscienza – è tutt’oggi uno sport che vanta milioni di praticanti.
In quanto al genere dei fuggitivi, tra costoro prevale un buon numero di eterni adolescenti – grave effetto collaterale della società dell’effimero – che, aggrappati al proprio “io” immaturo, non hanno la minima intenzione di affrontare una crescita naturale, e fuggono come codardi per puro spirito di autoconservazione.
Vi sono poi coloro che semplicemente si lasciano vivere, senza intenti, sogni, né tanto meno aspirazioni. Costoro vegetano, trasportati dall’onda di riflusso, e non possono minimamente concepire che altri possano desiderare di comprendere il senso dell’esistenza: che scopo dovrebbe avere, in effetti, quest’ultima, se non mangiare, dormire, accoppiarsi quando possibile e grattarsi?
Da ultimi, ecco quelli che denigrano per tornaconto. Per costoro non importa il merito della questione, quanto il rischio a cui sono sottoposti i loro interessi e le loro convenienze. Spesso si presentano come acerrimi avversari, isterici e rabbiosi; altre volte mostrano, al contrario, un atteggiamento partecipe e sembrano volerci convincere che in fondo stiamo tutti cercando la stessa cosa. Sono certamente i più infidi, poiché non aspirano alla verità, ma servono solo l’immagine che hanno di se stessi e la propria ambizione.

Questo è lo scenario, la pura rappresentazione di una commedia che solo l’identificazione fittizia dei personaggi che la recitano trasforma sovente in un dramma.
 Tra le singole parti – tra gli attori della messinscena – non può esistere rapporto né comunicazione finché non sussista la possibilità di poter vedere “dall’esterno” la recita. E d’altronde, tale facoltà non è da tutti, poiché ogni individuo vive a diversi stati di consapevolezza, di sviluppo intellettivo e coscienziale, e spesso risulta difficile comprendersi, non necessariamente per malafede, ma semplicemente perché si vibra su due lunghezze d’onda differenti, si procede su due piani opposti, su diversi stati di coscienza. Sovente anche tra pari, nella stessa famiglia, nelle relazioni di coppia, tra amici, colleghi e compagni d’avventura.
Può sembrare avvilente, ma, per dirla alla Plotino:
«...come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche nella vita le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali.
«Infatti, in tutti i casi della vita, non è la vera anima interiore, ma un’ombra dell’uomo esteriore quella che si lamenta e geme, e sostiene tutte le sue parti su questo vario teatro che è la terra tutta.
«Tali sono le azioni dell’uomo che sa vivere solo una vita inferiore ed esteriore, e non sa che le sue lacrime e i suoi affari sono un puro gioco».

Un gioco, appunto. Sebbene si tratti tristemente di un gioco al massacro di quella umanità che resta pur sempre la nostra risorsa più nobile.
Sembra così assurdo che chi si impegna in una via di serio lavoro di ricerca interiore, di affinamento di sé, di fedeltà a principi elevati, debba essere tanto avversato e poco apprezzato. Tanto più quando questa ricerca, all’inizio più personale e interiorizzata, si riversa in seguito verso la collettività, in direzione di un’istanza di maggior libertà, armonia e leggerezza della vita.
Ma non c’è verso: l’essere umano tende più volentieri a riversare speranze e proiezioni illusorie in chimere lontane, piuttosto che impegnarsi a trovare nella propria vita – qui e ora – il sostanzialmente vero.
Pare che la pressione delle necessità – il dover lavorare per sopravvivere, l’esigenza di una relazione garantita o di una famiglia per evitare la solitudine, la rincorsa ai beni materiali che promettono un’identità, la smania verso un divertimento che annebbi il disagio e “riempia” i vuoti del tempo libero – avalli e favorisca l’avversione verso ogni tipo di attività che non sia finalizzata a specifici scopi materiali.
È lo scenario desolante di un’epoca che attraversa una vera e propria crisi di valori. Nella sua accezione collettiva, oggi, l’essere umano per lo più non vive, ma si lascia vivere; non crea, ma si adegua all’esistente; non progetta, ma si conforma alla consuetudine; non pensa, ma si lascia pensare. Quell’essere umano artefice della storia – e in potenza padrone del suo stesso destino – è oggi diventato, nella sua espressione di massa, un marasma di convinzioni, opinioni, fideismi; un aggregato informe, fatto di sottomessi consensi, tiepide emozioni, corrosive passioni e interessi di parte. Il tutto, in un orgia di materialismo e pura adorazione degli oggetti dei sensi.
Ciò che più è preoccupante, è che questo aggregato di condizionamenti – questo emotivo collettivo, del tutto fondato sull’immaginazione -– viene accreditato come realtà evidente, come verità assoluta. Le opinioni si sovrappongono ai valori, producendo una cultura dogmatica, nel contesto della quale chi ha un contegno diverso viene nel migliore dei casi deriso e sovente contrastato.
Ciò che si presenta come “diverso” – così come ogni accenno di reale novità rispetto al contesto ordinario – costituisce una minaccia nei confronti della “credenza” condivisa, e produce una reazione isterica di difesa, talvolta assai violenta.
Non è solo un segno dei tempi: nella storia dell’umanità è sempre stato così. Il fenomeno del “gregge” che impone determinati comportamenti nella comunità è vecchio come il mondo. Semmai, oggi, il quadro è più allargato, e se fino a un secolo fa il contesto culturale comprendeva al massimo una regione, oggi il fenomeno è esteso sostanzialmente all’intero pianeta, vittima di un conformismo ormai globalizzato.

Il ricercatore – l’individuo che cerca la sostanza di una verità delle cose, oltre l’oggetto di fede socialmente approvato – è sempre stato solo. E oggi lo è più che mai.
D’altra parte, la spinta verso tale ricerca non può essere soffocata. È un’evidenza, uno stato dell’essere, un’inquietudine che va placata, esplorata, armonizzata. Cercare il senso del proprio esistere significa non tradire se stessi. Rinunciarvi equivale a un lento e doloroso spegnimento, un drammatico suicidio esistenziale.

Ben conosciamo questa condizione di solitudine. Da decenni ne sperimentiamo la fredda consistenza.
Dopotutto, abbiamo dedicato l’intera vita alla ricerca interiore, e abbiamo incontrato lungo il cammino molti esseri sinceri e appassionati, pronti a questo lavoro lungo e difficile. Tutti vittime di questo senso di isolamento e solitudine, unito allo scoramento per l’ostilità dell’ambiente circostante.
Per questo motivo abbiamo fondato una scuola, un libero ateneo della ricerca, aperto a chiunque desideri sinceramente ricercare il senso del proprio esistere.
Abbiamo messo a disposizione tutto ciò che abbiamo imparato, senza distinguere attraverso criteri ideologici, confessionali o di qualunque altro ordine discriminatorio. Al contrario, abbiamo liberamente attinto da ogni tradizione, ogni scienza, ogni conoscenza che mostrasse ancora le caratteristiche di una aspirazione alla verità, e non la pretesa di averla già raggiunta. Senza nulla trascurare, e senza nulla sposare.
Oggi, dopo oltre un decennio, tiriamo le fila di questo lavoro, attraverso le pagine del volume che state sfogliando. Abbiamo esitato a lungo prima di farlo (da anni lo andiamo promettendo a quanti hanno letto le nostre precedenti pubblicazioni), ben consapevoli che poche centinaia di pagine scritte non possono rappresentare che una pallida sintesi di un percorso intensissimo e pieno di scoperte. Un percorso che, per sua natura, è essenzialmente esperienziale, e refrattario a modelli e classificazioni.
Tuttavia, abbiamo voluto fare ordine in un ambito nel quale molti si permettono di affermare tutto e il contrario di tutto, generando confusioni ed equivoci.
Inoltre, non possiamo fare a meno di osservare quanto alto sia il numero delle persone che vogliono davvero crescere. È un dato poco evidente, poiché constatiamo che – portati da una generale sfiducia e dal timore di venire fraintesi o derisi – i più tendono a non parlarne, quasi vergognandosi di nutrire nobili sentimenti e aspirazioni più elevate. Così, avviene che costoro si adeguino rassegnati a un tono minore e insoddisfacente, credendo che questo genere di passività sia la vita. Senza mai rendersi conto che molti altri vivono il medesimo disagio.

Quanto segue, nelle pagine di questo volume, è la nostra visione, la nostra esperienza. Non la nostra ideologia.
Amiamo la lucida penetrazione del Buddhismo e ci inchiniamo alla realizzazione di Gotama Sakyamuni, ma non siamo buddhisti.
Studiamo con ammirazione la profonda saggezza dei Veda e pratichiamo con il massimo impegno la tradizione dello Yoga più antico, ma non siamo induisti, né sostenitori di quell’orientalismo di maniera ormai fenomeno di marketing.
Rispettiamo profondamente la nostra tradizione cristiana e portiamo nel cuore gli insegnamenti immensi di quel Maestro d’Amore che fu detto il Cristo, ma non siamo cattolici.
Stimiamo profondamente la dedizione e l’impegno della riflessione occidentale, nel lavoro di grandi filosofi, scienziati, mistici e pensatori che hanno saputo elevare la società a un impegno di civiltà e progresso, ma non siamo intellettuali.
Ci è cara l’armonia delle forme dello zen e la sua cristallina disciplina, così come amiamo immergerci nell’onda potente del Tai Chi Chuan, senza con ciò rasarci il cranio né abbracciare la filosofia taoista.
E non siamo “Gurdjieffiani” (anche se il nome della nostra scuola ha spesso ingenerato tale fraintendimento), benché riconosciamo che il Signor Gurdjieff abbia saputo, meglio di altri, tradurre in un linguaggio comprensibile all’Occidente concetti e conoscenze altrimenti astrusi.
Sperimentiamo l’ascesi delle danze Sufi, le intense vibrazioni dei mantra tibetani, lo stato di concentrazione che porta alla meditazione, la calda preghiera del cuore dell’esicastia, senza dire a noi stessi “siamo quella o quell’altra cosa”.

In realtà, l’unica cosa importante è essere se stessi. E tali noi ci impegniamo ad essere. Cercatori di una verità che esiste, poiché esiste una perfezione e una bellezza in cui siamo immersi e di cui siamo parte. Crediamo non esista al mondo un’avventura più affascinante di questa ricerca.
E siamo fermamente convinti che il senso dell’esistenza di ogni essere umano sia proprio quello di realizzare – di rendere consapevole – questa verità che è già manifesta.
Quell’essere umano che vive nel buio della paura, della violenza, della menzogna, di un “io” limitato e bambino. Quell’essere umano che soffre, e non sa vedere le radici di tanto dolore.
E crede che il problema stia al di fuori di sé; crede di essere nel giusto, di combattere una “giusta guerra”, di professare la “vera fede”, di lottare per una “giusta causa”, cercando sempre un nemico all’esterno.
Quando l’unico vero nemico, l’avversario antico di ogni razza, di ogni cultura, di ogni popolo, di ogni società, è sempre e soltanto quella terrificante ignoranza che oscura la luce della nostra vera natura.

Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi

 

 

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno li a guardare”.
(Albert Einstein)


“Diventare padroni del proprio destino significa prendere in mano la propria vita per conquistare il privilegio di essere se stessi; ma significa anche disporre della rara possibilità di fare qualcosa per il mondo in cui viviamo”.
(Walter Ferrero - Andrea Di Terlizzi)