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Discipline formative: approfondamenti sulle discipline trasmesse dall'istituto.


Potrà apparire certamente strano, per chi non è avvezzo ad un certo mondo, sapere che “Il libro dei Cinque Anelli”, testo marziale sul combattimento, scritto nel XVII secolo da Miyamoto Musashi, è uno dei libri più letti negli Stati Uniti, da uomini d’affari e imprenditori d’alto livello. In Germania, è divenuto il principale testo di studio per manager. Non è solo un fatto di moda; i concetti teorici contenuti nel libro, sotto il profilo etico e “militare”, si adattano perfettamente alla battaglia della vita e le strategie di sopravvivenza - insegnate da uno dei maggiori samurai del Giappone feudale - possono essere tradotte in un linguaggio moderno e trasferite in ogni ambito in cui sono richiesti concentrazione, intelligenza attiva e forte determinazione.

L’arte del “sopravvivere in condizioni avverse”, non va letto unicamente in termini fisici; esistono battaglie emozionali e guerre psicologiche in ogni aspetto della vita. La capacità di far fronte a queste situazioni e l’applicazione nel mondo del business di nuove possibilità, non può che risultare assai appetibile, soprattutto per coloro che si “scontrano” quotidianamente sul campo di battaglia dell’attuale mondo dell’economia.

Lo studio teorico delle strategie militari tuttavia, o la pura analisi delle regole che hanno reso così temuti i samurai giapponesi, non sono sufficienti a ricreare un nuovo terreno di base all’interno di un individuo, tale da renderlo capace di affrontare le sue paure e superare i suoi limiti. Per questo, occorre passare dalla teoria alla pratica. Si tratta di un’esperienza nella quale si sono cimentati molti dirigenti e personalità in posizioni di prestigio.

Può non stupire che professionisti e affaristi giapponesi pratichino assiduamente un’arte marziale, considerato che essa fa parte della cultura tradizionale nipponica. Più interessante, certamente, è osservare quanto tale abitudine è andata diffondendosi in america e in Europa, da parte di uomini e donne che hanno iniziato questo genere di attività per incrementare le loro risorse individuali.

Una seria e raffinata educazione marziale, permette di mettere a fuoco nuove possibilità interiori, immediatamente finalizzabili alle attività quotidiane. Occorre subito precisare che – per ottenere un risultato concreto – non è affatto sufficiente accostarsi ad una qualsiasi disciplina marziale. L’aspetto più rilevante è connesso al rapporto esistente tra “combattimento” e conoscenza della “Macchina Umana”. Un insegnamento di questo genere, va detto, è molto raro.

L’intero nostro mondo “emozionale” e “intellettivo”, si esprime attraverso l’utilizzo del corpo. I movimenti corporei tradiscono, al di là d’ogni possibile errore, la nostra condizione psicologica; però, è altrettanto vero che l’impegno del corpo – usato in modo consapevole e secondo precisi insegnamenti – consente di intervenire sulla psiche e sulle emozioni. Una disciplina marziale ben insegnata e praticata con buona volontà, permette da un lato di osservare - da un’angolatura differente - i nostri limiti personali, e dall’altro di modificarli in maniera alquanto efficace.

L’ottica marziale è legata all’idea di combattere per sopravvivere (o in termini più etici e cavallereschi, di proteggere la vita e i valori connessi al “Bene”). Per capire meglio quale è il valore formativo di questa visione, è necessario analizzare il concetto di “scontro fisico”, ed in seguito paragonarlo a quello emozionale e intellettuale. Per farlo, dovremo attraversare la palude del moralismo, nella quale – spesso – rimangono facilmente impantanati tanto l’intelligenza, quanto la facoltà di analizzare obbiettivamente i fenomeni osservati.

La vita intera, a partire dai regni naturali non violati dall’uomo, si enuncia principalmente attraverso una necessità primaria: la sopravvivenza. Qualsiasi considerazione – quando la sopravvivenza del singolo o di una specie sono messi in pericolo – diventa irrilevante. Sopravvivenza e violenza, non devono essere confusi. L’uomo, come ogni essere vivente sul pianeta, ha il diritto di difendere la propria vita, quella della sua prole e di chi ama. Tutte le creature lo fanno, ognuna secondo le sue possibilità. Una tigre o un leone, nei confronti delle loro prede, non manifestano minore o maggiore aggressività di quella che – queste ultime – enunciano nei confronti del regno vegetale. La differenza sostanziale, per quanto concerne la sopravvivenza delle varie specie, risiede unicamente nell’equipaggiamento “bellico” di cui dispongono. Un felino, un coccodrillo o uno squalo, sono maggiormente strutturati per la sopravvivenza.

Fra tutte le specie del pianeta, quella umana è indiscutibilmente la più debole (dal punto di vista fisico). La natura però, le ha fornito un superiore sviluppo cerebrale, tramite il quale, nel corso della sua lenta evoluzione, ha potuto studiare differenti modi per sopravvivere, sia per quanto riguarda la protezione dalle aggressioni fisiche, che per quanto concerne la protezione dagli agenti atmosferici.

Gli esseri umani hanno in tal modo imparato a difendersi e combattere per la sopravvivenza, e lo hanno fatto raffinando – nei millenni – le loro conoscenze in molti campi. Sono così nate armi sempre più complesse e ricercati metodi di combattimento a mani nude, come anche strategie difensive e offensive individuali e di gruppo.
La capacità di difendersi e combattere, dunque – con il proprio corpo e con armi di vario genere – non può essere giudicata come una tendenza violenta. Una concezione di questo genere è chiaramente inquinata da una visione “moralista”, che rifiuta di tener conto della vita reale e delle leggi che la regolano.

Il genere umano, a differenza del regno animale o di quello vegetale, contiene la possibilità di emanciparsi dai meccanismi istintuali, come ad esempio la paura e l’aggressività che ne deriva. Può farlo, attraverso un’educazione e un addestramento che trasformano in “arte” gli istinti primordiali. L’uomo è ancora – in parte – un animale che soggiace alle regole della jungla. Egli non è libero dalle leggi dei regni inferiori, ma può essere molto più pericoloso – per se stesso e per la natura – di qualsiasi altro essere vivente. Ciò è dato dal suo differente sviluppo cerebrale.
Se questa “intelligenza” non è libera dalla natura inferiore, può diventare l’artefice  d’atrocità e ingiustizie, non riscontrabili nel mondo animale o vegetale.

L’uomo può “imbrigliare” alcuni aspetti della sua natura inferiore, trasformandoli – come abbiamo detto – in arte, o in una scienza evolutiva e formativa. Così, ad esempio, il cieco ed egoistico istinto sessuale, può essere trasmutato in scienza erotica, e lo spirito di sopravvivenza, in un raffinato studio pratico-teorico, per acquisire un maggior potere fisico e mentale, tramite un’educazione marziale d’alto livello.

In tal modo, lo studio della difesa personale e la capacità di “combattere” nella vita, esorcizzano la paura della sopraffazione (anche dal punto di vista psicologico), e diventano strumenti d’indagine dei propri limiti, di comprensione di se stessi ed anche – cosa molto rilevante – un addestramento per lo sviluppo di nuove facoltà mentali, fisiche ed energetiche.
In altre parole, l’istinto alla “violenza” presente in natura (più o meno represso secondo la cultura e le esperienze di vita), diventa oggetto di un’alchimia che ne trasforma la natura tramite una disciplina concentrata e una conoscenza superiore, capaci di prendere tutta l’energia inferiore e istintuale, per trasmutarla in una più elevata consapevolezza, che trascende definitivamente gli aspetti animaleschi e meccanici della natura inferiore (animale), ancora presente a questo livello dell’evoluzione umana.

La visione marziale insegnata all’Istituto, deve quindi essere intesa come una profonda educazione alla comprensione di se stessi e della vita; essa passa dall’osservazione e dalla realizzazione dei limiti “animali”, per giungere alla loro trascendenza, tramite l’applicazione della concentrazione nella tecnica.

Va poi considerata l’evidente connessione tra mente, corpo ed emozioni. Fondamentalmente – ed ora possiamo affermarlo senza cadere nel moralismo – l’arte marziale ha lo scopo di insegnarci a dirigere tutta la nostra energia per colpire il bersaglio in uno scontro fisico. L’idea di differenziare le discipline marziali in “difensive” ed “offensive”, è puramente dialettica (e madre di una morale ipocrita). Offensivi o difensivi non sono un coltello, una spada, una pistola, un fucile, un pugno o un calcio, ma la nostra mente. Schivare o colpire, nella sede di un combattimento per la vita o per la morte, rappresentano solo opportunità strategiche e funzionali. In realtà la propensione all’armonia e alla pace, oppure alla disarmonia e alla violenza, sono un fatto squisitamente legato alla consapevolezza, alla maturità ed all’evoluzione dell’individuo.

Trovandoci in una condizione di necessità, nella quale dobbiamo proteggere la nostra esistenza fisica, o quella di chi è più debole, tutta la concentrazione mentale e la tecnica acquisita, sono diretti verso una sola meta: neutralizzare l’aggressore nel minor tempo possibile e col minimo rischio per noi e per chi abbiamo accanto. Questo è il senso (pratico) di una qualsiasi scienza marziale.

Quando ci addestriamo a questa visione, attraverso tecniche fisiche o mentali, creiamo anche una struttura psicologica allenata ad andare diritti “al punto”, col minimo dispendio energetico e la massima efficacia.
Il corpo segue la mente; la mente, è diretta dalla nostra volontà concentrata. Imparare a difendersi e combattere, equivale dunque ad apprendere l’arte di controllare le emozioni e il corpo attraverso la focalizzazione mentale e questa, tramite lo sviluppo e la concentrazione di una volontà potente.
È chiaro, che un certo genere di educazione marziale può permetterci di costruire in noi stessi alcune straordinarie qualità, che non sono utilizzabili unicamente per la sopravvivenza fisica, ma anche per quella emozionale e psicologica. Ciò spiega il motivo per cui, nel mondo dell’economia – dove giornalmente è possibile perdere o conquistare territorio e dove la determinazione e la concentrazione sono indispensabili – la teoria e la pratica delle arti marziali, da Est a Ovest, è considerata tanto interessante, dal punto di vista formativo.

Quell’andare “diritti al punto”, che rende una tecnica efficace e rapida, implica un’educazione all’espressione di sé, alla decisione, alla capacità di muoversi nella vita con equilibrio, velocità, leggerezza e penetrante determinazione. Così, quando dirigiamo la mente per portare una tecnica lentamente o fulmineamente, associandola al corretto respiro e al giusto atteggiamento interiore, stiamo anche studiando il modo per affrontare la vita in tutte quelle situazioni che richiedono analoghe qualità

Una seria e raffinata educazione marziale, permette di mettere a fuoco nuove possibilità interiori, immediatamente finalizzabili alle attività quotidiane. Occorre subito precisare che – per ottenere un risultato concreto – non è affatto sufficiente accostarsi ad una qualsiasi disciplina marziale. L’aspetto più rilevante è connesso al rapporto esistente tra “combattimento” e conoscenza della “Macchina Umana”. Un insegnamento di questo genere, va detto, è molto raro.

L’intero nostro mondo “emozionale” e “intellettivo”, si esprime attraverso l’utilizzo del corpo. I movimenti corporei tradiscono, al di là d’ogni possibile errore, la nostra condizione psicologica; però, è altrettanto vero che l’impegno del corpo – usato in modo consapevole e secondo precisi insegnamenti – consente di intervenire sulla psiche e sulle emozioni. Una disciplina marziale ben insegnata e praticata con buona volontà, permette da un lato di osservare - da un’angolatura differente - i nostri limiti personali, e dall’altro di modificarli in maniera alquanto efficace.